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Full text of "I nobili e il clero di Sevenico nes 1449 per la fabbrica della cattedrale"

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I NOBILI E IL CLERO DI SEBENICO 



NEL 1449 



PER LA FABBRICA DELLA CATTEDRALE 



DOCUMENTI 

EDITI E ANNOTATI 
DA 

VINCENZO MIAGOSTOVIGH 




SEBENICO 

Consorzio Tipografico Ugo Fosco & Ci 

1910. 



n 



A MONSIGNORE 

ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO 

GIAMBATTISTA SISGOREO 

DECANO DEL CAPITOLO 

DELLA BASILICA CATTEDRALE 

DI SEBENICO 

CAMERIERE SEGRETO DI S. S. PIO X 

IL GIORNO XVIII NOVEMBRE MCMX 
GIUBILARE DEL SUO SACERDOZIO 



À te, concittadino ed amico, i documenti qui raccolti, nuovi 
adesso, sconosciuti agli storici nostri, Importanti alla cronaca del- 
r edificazione del Duomo, che, maraviglia de W arte, è a noi monu- 
mento splendidissimo della civiltà degli avi e della loro pietà. 

In questo Duomo, chiesa del tuo battesimo, tu celebri oggi, 
dopo clnquanf anni di sacerdozio benemerito, la Messa novella. 
Alla solennità non potevo rimanermi estraneo, e pensai sarebbe 
riuscito non Inopportuno II mio omaggio affidato a tale patrio 
cimelio. TI piaccia gradirlo. 

Il fatto, che vi si desume, è una gara di generosità tra II ceto 
patrizio e l'ecclesiastico a proseguire, Interrotta allora per defi- 
cienza de' mezzi pecuniari, la grande opera della Cattedrale ; gara 
non scevra affatto di umana passione, ma che gli emuli da pari loro 
Impegnarono, seguirono e chiusero, destri ed aperti, risoluti e digni- 
tosi, probi sopratutto ed altamente Inspirati, come scorgesl da queste 
carte, atti pubblici, che riferisco nella loro Intlerezza, senza com- 
menti, e qua e là soltanto con taluna nota dichiarativa. VI spiccano 
due tuoi Illustri antenati : Radicchio, oblatore In capo de' nobili e 
da ben cinque anni Innanzi, con la tacita eloquenza dell' offerta sua 
e dell' esemplo ; Giorgio, Il vescovo, con l' eloquenza altresì della pa- 
rola. L episodio cittadino si collega a' fasti gloriosi del tuo casato. 

Della magnanima gara sopravviveva ne' giorni della mia 
fanciullezza una tradizione, della quale è oramai scomparsa ogni 
traccia. Narravano come, per essersi consumati tutti l danari es- 
sendo forza sospendere la fabbrica vagheggiata, vi provvedessero 
l nobili della città col raccogliere tra loro una somma, a che di 
rimando II clero volle contribuire col doppio. Era cosi, quanto a* 
nobili ; era cosi In una delle proposte del clero : testimonio questi 
documenti. La voce della tradizione lo la ricevetti dalle labbra del 
padre mio, che primo e sopra ogni altro m' Inspirò /' amore delle 
patrie memorie. 



Al vescovo Giorgio^ il più benemerito tra gli ecclesiastici nella 
costruzione del Duomo quando la dirigeva l' Orsini, e di cui, di- 
stesa sul sepolcro, vedesi l' effigie nella cappella fatta erigere da 
Radicchio, il padre tuo pose una lapide col nome, che ci mancava, 
in veneratione tanti majoris, come dice la scritta. La notizia da 
questi documenti recata della parte eh' ebbero nel memorabile fatto 
cittadino que' tuoi due primi, ti farà ancora più cari i domestici 
e civili sensi paterni da quella pietra spiranti, certo non meno di 
quanto sia caro a me, che di una tradizione patria, confermata ora 
dalla storia, custode amoroso e trasmettitore unico fosse mio padre. 
Antichi amici sinceri gli ottimi nostri genitori, nel ricordo dell' ami- 
cizia loro ci giova riconfortare la nostra. Ed ecco un altro motivo 
perchè òggi intitolo a te queste pagine. 

Memoria di famiglia e pegno d' amicizia, cosi mi fosse dato 
anche di poter offerirtele speranza di bene alla città nostra diletta, 
se pur un' idea, se pur un palpito tuttavia v' avanzi della Sebenico 
d un tempo. Valga frattanto che le sono d' onore. E dove per av^ 
ventura qualcuno un giorno le legga, sappia egli almeno, che, con- 
turbata spesse volte ed in lotte intestine la patria, mai non lo fu 
per distruggere, fu sempre per rassettare il presente continuando 
li passato, imperocché una patria vi era e la si sentiva ed amava, 
e che questa volta, intendo dire nel fatto qui documentato de' su- 
premi ordini sociali riv aleggianti, fu in essi, non cupida, insidiosa, 
desolatrice partigianeria, sì emulazione sapiente, degna di ripren- 
dere e perfezionare, loro unica mira, /' edificazione di un monu- 
mento cittadino, tempio di Dio. 

Nella tua Messa novella prega anche per me. 

Il dev."io tuo 
Vincenzo Miagostovich. 



-»5- x i :<» 



I 



„ ... la povera cittadetta di Sebenico 
può nel suo tempio mostrare raccolte 
le più belle memorie della sua vita". 
N. Tommaseo. 



1 cinque documenti che seguono, li traggo da un codice 
cartaceo, in quaderno di pagine 81 scritte e numerate, di carat- 
tere piuttosto fitto del secolo decimosesto e di poc' oltre, di più 
mani e contenente apografi di atti pubblici di Sebenico, altri editi 
ed altri no. A quanto pare dal nome che si legge sulla faccia 
posteriore della coperta, pergamena di antico evangelistario, il 
quaderno doveva essere di casa Difnico, ed è segnato in testa 
col N.^ 356. Venuto già air avvocato Antonio Fontana, che pro- 
babilmente lo destinava al Gabinetto di lettura da lui ideato ed 
instituito per la Società del Casino, ora è presso di me, dona- 
tomi dal nipote di lui, il cav. dott. Giambattista Fontana di 
Valsalina. 

Rinvengonsi questi documenti alle pagine da 41 a 47, e 
delle cose che riferiscono sono gli unici rimasti oggidì. Ne di 
quelle ci era notizia altrove o cenno comunque. Ricercai nell'Illy- 
ricum sacrum del Farlati, negli studi di mons. Fosco sul Duomo, 
negli scritti inediti di storia patria del dott. Galvani e tra gli atti 
del vescovo Sisgoreo nell'archivio della curia vescovile. Indarno. 
E molto proficui mi sarebbero stati originali od altri autorevoli 
esemplari di tali documenti, per riscontrarli con questi che ho 
sott' occhio, dove non è rado rintoppare lacune, difficoltà di 
scrittura o di senso, interpunzioni fallaci. Segno con puntolini le 
lacune, e per il resto procuro aiutarmi del mio meglio, lasciando, 
ben s' intende, intatto gelosamente il testo anche nelle sue irre- 
golarità ortografiche, grammaticali e simili. 

Uno de' documenti ed assai a proposito per l'uopo mio 
di certificare con prove storiche indubitabili la gara tra i nobili 
ed il clero nel soccorrere la fabbrica del Duomo perchè interrotta 
la si proseguisse, il documento cioè, che si porge l' elenco degli 
oblatori de' nobili a capo Radicchio Sisgoreo, io lo pubblicai nel 
Nuovo Cronista dì Sebenico ^). Per non ripetere e perchè esso 
cade un quinquennio avanti il tempo a cui spettano i documenti 
del fatto editi ora, rimando il lettore à quella pubblicazione. E 
del pari ometto di trascriverne un altro del fatto medesimo, seb- 
bene de' 2 marzo 1449, proprio il giorno da cui data il primo 
di questi documenti, che non vanno oltre il termine di quattro 



^) An.o 11. 1894, pag. 73. Trieste, tip. Giovanni Balestra. 



mesi e poco più ; imperocché gli è noto agli storici nostri, lo ha 
lo Statuto civico al capo 247 nel Libro delle Riformazioni ed è 
il decreto del Consiglio, che ordinava doversi erogare alla fab- 
brica del Duomo una parte de' beni di chi morisse intestato. 

A chiarezza e per invogliare alla lettura de' documenti pre- 
senti, non ne sarà inutile un breve riassunto. Ma innanzi tratto 
conviene rammentare quanto del tempio era stato costruito insino 
allora ed in quali condizioni della città. 

Deliberato dal Consiglio de' nobili li 7 aprile 1402 di edi- 
ficare la nuova cattedrale aggrandendo l' antica troppo angusta 
e indecorosa, ed assegnata la dote per la fabbrica, trascorsero 
ben ventotto anni prima che la s'incominciasse; ragione precipua 
dell' indugio, non tanto i rivolgimenti politici in questo mezzo 
seguiti, che Sebenico nel 1412 con volontaria dedizione era tor- 
nata alla Repubblica Veneta, quanto piuttosto gì' interni dissidi 
de' cittadini per la scelta del luogo. Alle cose belle non mancano 
mai gì' invidi e i contradittori. Un partito v'era, comecché de' meno, 
che voleva il Duomo a Santa Trinità, ed a' 23 aprile 1428 una 
sentenza del rettore gli dava ragione. Arbitraria sentenza per lo 
meno, il Consiglio de' nobili addì 4 giugno 1430 1' annulla e 
delega il vescovo Bogdano Pulsich, il conte Moisé Grimani con 
la sua curia ed una commissione a ciò di dieci patrizi, perchè 
un' altra volta stabiliscano del luogo dove la cattedrale avesse 
da sorgere e del modo d' edificarla. Sorgerà dov' era 1' antica : 
quod Ecclesia Cathedralis Comunis Sibenicensis f andari et aedi/icari 
debeat in Plathea Comunis iuxta Episcopatum in loco ubi ad prae- 
sens est Ecclesia Cathedralis. 

Ne incominciò la fabbrica addì 9 agosto del 1431 maestra 
Antonio di Pierpaolo, lapicida di Venezia, molto ragionevolmente 
creduto de' Massegna, famiglia d' artisti ^). Concepitala nello stile 
archiacuto appreso alla scuola del padre e dominante ancora in 
Venezia, la condusse egli in quello stile, movendo dalla facciata' 
principale verso il fianco della Piazza de' Signori, in un' area dì 
non due terzi del vaso presente, cioè insino là dov' é adesso la 
gradinata semicircolare per salire al presbitero, e, ne' dieci anni 
che la diresse, ne stavano le ardue fondamenta, erano in piedi 
le colonne da sostentar le navate, era murato quel fianco setten- 
trionale e qualcosa della ornamentazione apparecchiavasi o com- 
pariva sulla porta minore. Il giorno 23 aprile 1441 si sospese la 
fabbrica : molti errori e mancanze erano stati commessi e molte 
somme eransi spese, quasi sprecate, come dicevasi allora-). Fu licen- 



1) 11 dott. F. A. Galvani ed il prof. G. Graus ne diedero primi, quegli 
il nome, questi la congettura del cognome. 

-') Ma esagerando. E m' è caro assai di poter qui allegare 1' assennata 
riflessione del prof. Graus. „Ció che i committenti di Sebenico avevano 
trovato di riprovevole nel lavoro di Antonio delle Massegne, non era per 



9 



ziato il maestro, e tre mesi dopo, venne da Venezia Giorgio di Mat- 
teo Dalmatico di Zara, degli Orsini di Monte Rotondo ^). La storia 
dell'arte lo appella Giorgio di Sebenico : del Duomo, la più in- 
signe opera sua, egli doveva essere il creatore. Idea sua eh' ella 
fosse de' committenti quella di prolungare 1' edifizio meglio che 
d' una terza parte, certo si è che, quali riuscirono nel prolunga- 
mento, sono opera tutta sua la crociera col presbitero nel centro 
e le tre absidi ; sono la prediletta opera sua ; la parte da lui 
scelta per lasciarci scritto il suo nome, come lo lasciò, e fu 
quivi r unico luogo, mirabilmente conciliando verità e modestia 
e cognominandosi soltanto dal padre e dalla nazione. Hoc opus 
cuvarum fecit magisier Georgius Mathei Dalmaticns, leggesi sul 
primo pilone ad oriente lunghesso la cornicetta su cui posano 
que' due angioli reggenti la pergamena, che rammenta il vescovo 
e il rettore nel 1443, dominante il Veneto Senato e proteggente 
la città Michele, armigero e portiere del Re de' cieli ^). Né sol- 
tanto neir ambiente nuovo, riservato a lui solo, apparve il suo 
genio, sì e più ancora nel ripigliar che fece l' imperfetta opera 
del Massegna : imperocché, classico prima de' Lombardi di Ve- 
nezia, egli, senza punto distruggere, genio rinnovatore davvero, 
richiamò, disposò al proprio 1' altrui stile diverso, un' armonia 
componendo semplice e varia, vigorosa e soave, che rapisce i 
visitatori, ammiranti in preludio di rinascimento classico un sin- 
golare, incomparabile rinascimento. 

Nel periodo Orsiniano cade il fatto a cui si riferiscono i 
documenti che m' importa chiarire. E non di meno siami lecito 
risalire ancora un istante al periodo dei Massegna, perché alle 
notizie storiche fin qui accennate e che attinsi agli autorevoli e 



fermo lo stile — che la distinta sua maniera gotica non avea avuto fino 
allora competitori né a Venezia, né nei paesi da essa dipendenti — ma 
piuttosto taluni difetti tecnici. Può anche darsi per avventura che all' orgo- 
glio edilizio di quei signori fossero sembrate troppo esigue le dimensioni 
dell'ampiezza e dell'altezza". 

^) Ne scoperse il casato il dott. F. A. Galvani e mons. A. G. Fosco 
fu il primo a tracciarne la vita, la quale si chiuse a Sebenico, e, com' egli 
raccolse da un atto notarile, nel novemure del 1475. L' annotazione, da me 
non ha guari incontrata in un fascicolo di Valverde (Vacchetta N.o 7, carte 132), 
della Messa anniversaria, che per 1' anima di lui faceva celebrare in quella 
chiesa suo figlio Paolo, stabilisce anche il giorno : Giorgio Orsini morì li 
10 novembre 1475. 

^) È storicamente e letterariamente inesatto 1' opus cuvarum interpre- 
tare e tradurre, come altri fece, lavoro delle cupole. Nel nostro Duomo la 
cupola è una sola, e la chiuse Niccolo Fiorentino. Qui devonsi intendere le 
tre absidi e nuli' altro. A proposito di questa iscrizione ci nota il prof. G. 
Graus, che nel latino medievale cuva valeva anche abside di chiesa e che 
egli medesimo in memorie edilizie di Gemona ne trovò conferma di scritto. 

8 



IO 



pregiati scritti di mons. Fosco e del prof. Graus ^), voglionsi 
aggiungere due altre, che mancano in quelli, meglio distinguono 
le opere dell' Orsini ed empiono un vuoto nella storia edilizia 
del nostro Duomo. 

È un preconcetto che l'Orsini fosse autore di dieci cappelle. 
Ne doveva essere di nove. Basti leggere il contratto co' nobili, 
dove specificatamente le si annoverano e dove pure è nominata 
preesistente quella costruitavisi la prima per commissione degli 
eredi di Dessa di Giacomo. Né quelle nove le potè tutte ese- 
guire. Non è da molto, che della cappella preesistente si co- 
nosce oggi anche 1' autore. Abbiamo il contratto addi 3 no- 
vembre 1435 da lui stipulato per costruirla. Egli è Lorenzo Pin- 
cino, artista di vaglia, dimorato in Sebenico quattordici anni per 
lo meno, a quanto si computa, ed operante in Duomo sotto il 
Massegna e sotto T Orsini -). 

Di simil modo, cosa certa fu detto essere dell' Orsini gli 
ornati della Porta de' Leoni, e ciò perchè da' tre stemmi sovra- 
stanti la si doveva desumere compiuta nel 1454. Compiuta, non 
v' ha dubbio, allora ; però, ben prima, taluno degli ornati già in 
pronto ed a luogo. E così parve anche al ch.^o T. G, Jackson, 
argomentando dallo stile ^). Ma v' abbiamo prova visibile più 
sicura, di fresco trovata. Nel mezzo dell'architrave, un angioletto 
con r ali spiegate e con le braccia aperte regge uno scudo, che 
nel campo ha una fascia; e sotto la graziosa figurina, tra i fregi 
della cornice, in caratteri gotici, da un lato J. A. dall' altro G. A. 
È l'arme di Jacopo Gabriel il maggior, rettore di Sebenico dal 
1432 al 1434 : le lettere ce ne danno il nome e il cognome, in 



1) Antonio Gius. Fosco. La cattedrale di Sebenico e il suo architetto 
Giorgio Dalmatico. Zara tip. Demarchi-Rougier 1873 e // edizione (Giorgio 
Orsini detto Dalmatico) accresciuta ed illustrata. Sebenico, tip. Curia Vesco- 
vile 1893. — Documenti inediti per la storia della fabbrica, ecc. Sebenico. 
Curia Vesc. 1891. 

Giovanni Graus. // Duomo di Sebenico, studio. Versione dal tedesco 
del prof. Francesco Rastrello nel Nuovo Cronista di Sebenico. An.o V-VI. 
Trieste, Balestra 1897-98. 

2) Rinvenni il contratto in un codice (N.o 349, pag. 302) dell' archivio 
di casa Difnico e lo feci pubblico, con qualche annotazione dichiarativa, nel 
periodico Rivista Dalmatica. An.o iv, fasc.o I, pag. 11. Zara, tip. Artale 1907. 

3) .,Abbenchè questa porta riconoscasi dallo stile essere parte de' la- 
vori di Antonio (Massegna), pure da' tre stemmi appostivi sopra ed espri- 
menti la data del 1454 apprendesi, che la parete eseguita giusta i disegni di 
lui, non è opera sua, dappoiché a quel tempo egli non era più 1' architetto". 
Cosi il Jackson nella sua Dalmatia the Quarnero and Istria, ecc. Voi. III. 
Oxford, tip. Clarendon 1887. 



à 



sillaba iniziale ^). Molto probabilmente sono del tempo del Mas- 
segna anche le statue di Adamo ed Eva, non comparabili alle 
bellissime de' santi Pietro e Paolo, fattura dell' Orsini. Al quale 
del resto, sottraendo que' lavori, non che scemarsi, è fatta viep- 
più risaltare la gloria di questa porta da lui compiuta, sublime nel 
concetto: — la forza di Cristo che sostiene e conduce l'umanità, 
originaria e ristaurata, una in Lui e trionfante, — e tale nel- 
r esecuzione, che, come scrive il nostro Tommaseo, „non so 
quante basiliche abbiano porte minori di così fino lavoro" -). 

La gara tra i nobili e gli ecclesiastici s' inizia nel 1444, 
latente tuttavia : lo indicano la promessa di oblazioni fatta quel- 
r anno da' nobili ed, ultimo de' nostri documenti, il decreto del 
Consiglio, che decide su quella dopo una risposta del vescovo. 
Intanto, architetto, scultore, protomaestro, V Orsini è al Duomo 
da più di tre anni, obbligatosi a sei nel primo contratto. Sono 
alle sue dipendenze molti e valenti: attesta del numero, la molta 
opera in breve fornita; del valore, l'opera che loda l'artefice. 
Di loro sopravvivono pochi nomi, né per l'appunto si sa di 
ognuno, come neanco de' posteriori, a quale parte dell' edifizio 
addetti, né in quale grado d' incombenze e di merito. Ma un 
prodigio é T Orsini se si pensino di quanta mole e quali le cose 



^) Sovente mi torturavano il pensiero quelle lettere enigmatiche, quando 
il dott. Dagoberto Frey mi rese avvertito, che dalle mani dell' angioletto 
pendeva, non già un cartellino quale sembravami, sì veramente uno stemma. 
Ci recammo tosto a consultare insieme le preziose memorie araldiche la- 
sciate dal dott. F. A. Galvani nel Re d'Armi di Sebenico ed in un'altra sua 
opera inedita, dalia quale nel Nuovo Cronista di Sebenico (Ano V-VI. 1897-98, 
pag. 22) io avevo dato in luce la Serie cronologica de' Conti o Rettori della 
Città. E difatto in cotesta serie, documentata e recante la descrizione degli 
stemmi di ciascun rettore, ci fu dato di riconoscere stemma dell' angioletto 
il terzo fra i quattro stemmi dei Gabriel : Campo d' oro con una fascia az- 
zurra. E balzò evidente a' lati dell'angioletto, qui incominciato il nome, li 
il cognome di Jacopo Gabriel. Il dott. Frey, egregio architetto viennese, che 
ha già in pronto un assai bel volume illustrato su Arbe, ne va apparec- 
chiando un altro sulla nostra basilica da lui con assidua cura e con intenso 
amore studiata sia dal riguardo tecnico, sia dallo storico-artistico. Gli rendo 
grazie anche da questa nota e con fervidi auguri. 

2) La Cattedrale di Sebenico e Giorgio Dalmatico suo architetto. Os- 
servazioni di N. Tommaseo. Zara, tip. Woditzka 1874. — Moltissime sono 
le antiche chiese cristiane co' leoni nel pronao. Il leone è simbolo di Cristo 
in entrambi i Testamenti, e forse per questo ve ne sono due all' ingresso 
del nostro Duomo. Si rammenti il profetato dal moribondo Giacobbe e quello 
che nella visione di Giovanni apre 1' arcano volume dai sette suggelli. Ciò 
soggiungo, per quanto possa sembrare superfluo, a prevenire dubbi circa la 
mia interpretazione ed a meglio accertarla. 



12 



a cui contemporaneamente si attende nel fortunato triennio. Con 
le absidi, fondate sull' area dianzi occupata ^) e certo da lui 
condotte assai più in su di dov' era inciso il suo nome, e con i 
muri laterali dritti oramai dagli altri tre venti, egli nel 1444 aveva 
compiuto in tutta la estesa della fabbrica il piano fondamentale. 
Di conserva con la porta de' Leoni, la facciata va adornandosi 
della porta, che, siccome ne volevano V ufficio e la dignità, è 
maggiore anco alla decorazione e all' idea, né in meno bella e 
grandiosa corrispondenza con 1' altra : lì, co' Leoni, il trionfo di 
Cristo nella storia, qui, con Mosè, con gli Apostoli, con gli 
Evangelisti, il trionfo di Cristo nella legge universa ; legge e 
storia, suonanti 1' alto preconio d' un terzo trionfo, che dentro il 
sacro recinto ha da compiere nelle anime e dove sarà per es- 
sere adorato Cristo santificatore. Sulle colonne, che dovranno 
sostenere le navi, si ergono gli archi ; magnifico fregio, da cui 
pur ora staccò lo scalpello 1' Orsini, corre sovr' essi in due or- 
dini a contrapposte volute di acanto la cornice di fogliami ; mo- 
tivo archittetonico per sollevare l'intero edifizio e che con quella 
cornice ne dovrà amorosamente avvicinare e collegare i due stili 
diversi, comincia qua e là a delinearsi la galleria sovrastante, e, 
innovazione sua prima e concezione inspirata, già sopra il coro 
indovinasi in alto la croce, che, più tardi, nel supremo fastigio 
del miracoloso coperto del tempio, incoronerà della cupola, con 
eleganza pari allo slancio arditissimo, Niccolò Fiorentino, Sebe- 
nicese forse, ma certamente della famiglia Sebenicese degli Al- 
dobrandi -). Quest' anno istesso addì 23 di marzo, è rogata la 



') La occupavano due cancellerie, una stalla ed un' antica muraglia 
del palazzo del Conte. Si dovette abbattere tutto ciò e poscia ricostruire 
più indietro 1' entrata al palazzo con le sue scale, i ballatoi, i pogginoli, e 
ritoccare il cortile che v' era nel mezzo con la cisterna, allargando la via 
pubblica interposta. Avutosi con la ducale 29 marzo 1441 il permesso di 
cotesti lavori preparatori, li eseguì 1' Orsini appena giunto a Sebenico. — 

Dentro la chiesa, nel colmo dell' arco frontale dell' abside maggiore, 
lo stemma di Girolamo Pesaro (1476—79) sotto la maestrevole scultura del 
Padre Eterno ritenuta dell' Orsini, ci dimostra compiute le absidi l' anno 
della morte del grande artefice. Quello stemma il Jackson fu primo ad av- 
vertirlo e studiarlo. 

2) Il coperto è a lastroni incastrati, onde tetto e soffitto sono uno. 
„Particolarità originalissima — dice il prof. Graus — di questo Duomo, 
che, per quanto finora ci è dato sapere, lo distingue da tutte le altre chiese 
cristiane e dà all' edifizio un' importanza architettonica di tal valore per la 
storia dell' arte, che nessun altro monumento gli potrà mai contestare". Ed 
il Tommaseo : „La singolare commettitura delle pietre è anch' essa più che 
meccanico". — Quanto a Niccolò Fiorentino od altrimenti Aldobrandi, vedi 
qui in fine Appendice li. 



13 



convenzione per nove cappelle o volte ^) : V Orsini ne ha fatto 
e mostrato il disegno: le si dovevano, salvo impedimento giusto 
e legiltimo, dare compiute entro tre anni (proprio nel sessennio 
del primo contratto con V artista) e ciascuna verso 73 ducati 
d' oro veneti, da pagarsi in tre rate. Sono contraenti, dall' una, 
quali procuratori della chiesa e della fabbrica, un canonico arci- 
prete ed un patrizio, dall' altra tredici nobili per nove famiglie, 
delle quali si dovranno apporre gli stemmi sulla cappella perti- 
nente a ciascuna. Gli stipulanti de' nobili sono più nel numero 
che non siano le cappelle, perchè di tre di queste si obbligarono 
a contribuire nella spesa, per una, tre fratelli, e per due, ciascuno 
con tangente a metà, altri nobili probabilmente consanguinei od 
in qual si voglia guisa congiunti. Per una s'impegnano commis- 
sari testamentari : santamente diletto il religioso divisamento. A 
debito di gratitudine patria trascrivo i nomi ed, a chiarezza, ser- 
bando r ordine della convenzione, eh' è il medesimo delle cap- 
pelle ivi d,eterminate, cioè cinque da destra e quattro da mancina 
di chi entra nel tempio dalla porta maggiore. Da destra quelle : 
L^ di Radicchio Sisgoreo, 11.^ di Giorgio Radoslavich, III.^ di Lo- 
renzo Dominici e Lorenzo di Michele Gonoribich, IV.^ di Sara- 
ceno di Niccolò, V.^ de' fratelli Giorgio, Niccolò, Simeone Difnico, 
VL^ di Maria Nicolini, vedova del lapicida Pribislavich. Da mancina, 
contigua alla già mentovata degli eredi di Dessa di Giacomo, 
costruita dal Pincino al tempo del Massegna, la VII.^ del fu Gio- 
vanni Simeonich, obbligativisi i commissari del suo testamento, 
la VIII.^ di Michele Lavcich, la IX.^ di Elia del fu Pietro Tollimerio 
e di Martino de Mirsa, quest' ultima, a destra entrando dalla porta 
minore ed a cui, dopo la volta soprastante ad essa porta, segue 
ultima la cappella di Pria vedova di Francesco Cognevich, da 
lei ordinata nel testamento de' 22 aprile 1452. 

Disegnate dall' Orsini, stabilite per legale atto solenne ed a 
lui allogate nel termine della sua prima condotta duraturo ancora 
un triennio, le nove cappelle non tutte, né in questo termine 
ebbe egli a compirle. Ne sono avviso il non avervi che in due 
sole gli stemmi gentilizi pattuiti — in quella di Radicchio Sisgoreo 
nel capitello, che impostato alla parete è base dell' arco, ed in 
quella di Michele Lavcich (Leoni) sul colmo dell'arco, stemma 
dov' è scolpito nel campo un leone rampante — e più special- 
mente l'essersi ripubblicata tre volte la convenzione, addì 15 marzo 
1449, 14 marzo 1497 e 4 novembre 1501, insino allora dunque 
non interamente adempiuta. Certo compiva 1' Orsini le due ac- 



1) Per i riscontri che, a chiarire la lezione del documento, ho voluto 
fare sulla convenzione e per le prove che addussi à dimostrare non si dover 
le cappelle intendere altari, ma volte, cfr. Rivista Dalmatica An.o IV, fase. II 
1908, pag. 117. 



14 



cennate e le cappelle costruite fino al 1475, anno della sua morte, 
costruite, vo' dire, nella seconda metà della sessennale sua ferma 
e poscia nel lungo tempo che con più intervalli attese egli al 
Duomo ; imperocché tutto insieme interpolatamente vi attese per 
trentacinque anni. 11 ritardo non era da imputarsi in lui a tra- 
scuranza degl' impegni, od a manco di queir ingenita sua alacrità 
indefessa, od a zelo scemato per il suo Duomo, o perchè, as- 
sentandosi a volte da Sebenico, recavasi a Spalato, dove dal 
1444 al 1447 principio e finì la cappella e l'altare di S. Raine- 
rio. Egli in questo mentre, fino al marzo del 1448, proseguiva 
nel nostro Duomo quella sì svariata e poderosa intrapresa di 
lavori, che si sono testé ricordati. Del non essersi, alla scadenza 
della convenzione, potute compire le cappelle incominciate nel 
1444, come pure, che nel marzo del 1448, soddisfatti dall' Orsini 
tutti gli obblighi suoi con lode pienissima, si dovette sospendere 
la fabbrica, cagione precipua si fu che, per le molte spese soste- 
nute, venivano mancando i danari alla fabbriceria e da ultimo si 
esaurirono, come ne faceva il vescovo dolorosa, ma aperta di- 
chiarazione al rettore della città. 

In queste condizioni adunque trovavasi la chiesa nel 1449 : 
ài punto, che si é veduto, la fabbrica ; al punto, di che si è toc- 
cato, neir economia ; 1' Orsini, prossimo a ripartire per Spalato 
ad erigervi la cappella di S. Anastasio di fronte alla cappella di 
S. Doimo nel tempio di Diocleziano ; i nobili e il clero, nell'an- 
sia del sontuoso monumento in pericolo di rimanere, dopo tante 
cure laboriose, dopo tanti sacrifizi, un rudere informe, testimonio 
d' animi pusilli, scherno agi' invidiosi vicini. 

Ma vi erano due fratelli Sisgoreo ^) : Giorgio, di cui, in capo 
all' iscrizione che 1' Orsini firmava, già da un lustro leggevasi il 
nome e sua cura il tempio : Tempia Ubi curae presul venerande 
Georgi Sisgoridae stirpis claro de sanguine nato, e Radicchio, del 
cui casato spiccava lo stemma nella cappella, che all' Orsini egli 
il primo aveva commesso; vi era la nobiltà cittadina, degna che 
cosi la si appellasse ; reggeva la città Cristoforo Marcello, conte 
e capitano ; governava Venezia, e tempi erano quelli di patria, 
di fede, di amore, 1' età dell' oro dell' umile Sebenico, oggi, tut- 



1) Così li dice il Galvani nel Re d' Armi e nelle noterelle inedite. 11 
Fosco nel Folium Dioecesatmm An.o IX, 1890 N.o 11, pag. 93, dice il vescovo 
Giorgio figlio di Radicchio, richiamandosi ad un manoscritto Caristo citato 
dal Parlati, ma che più non esisteva, ed indi à poco ne dubita, asserendo 
Radicchio padre o congiunto del vescovo. Mi attengo al Galvani, che ha 
nelle noterelle : Radicchio nato nel 1385, testatore nel 1454 e Giorgio nato 
nel 1398, morto nel 1454, e perchè negli appunti miei incontro il padre loro, 
Radone, venuto di Scardona a Sebenico nel 1369. 



n 



15 



tocche gloriosa di Niccolò Tommaseo, imminente sovr' essa, ed 
egli lo presentiva, petroliero disertamento ^). 

Giorgio, della prosapia de' Sisgoreo, levato pressocchè 
quarantenne dal monastero di S. Domenico alla cattedra vesco- 
vile della città nativa e successore di Bogdano Pulsich, ne' di- 
ciasette anni di episcopato fu tutto della sua chiesa, voluta da 
lui struttura di vive ed elette pietre ne' sacerdoti, struttura quale 
r abbiamo, nelF edifizio del Duomo. A ristabilire la disciplina in 
una parte del clero, ricorse a papa Eugenio IV ed al Senato di 
Venezia, e per rianimare ne' chierici lo zelo del tempio e cre- 
scerne il decoro e meglio provvedere alla cura spirituale de' fe- 
deli, impetrò da Nicolò V, che a' canonici s' aggiungessero in 
ausilio dodici mansionari formanti il Capitolo minore e addì 24 
decembre 1451 ne pubblicò le Costituzioni -). Durante la fabbrica 
della Cattedrale non s' intermise mai d' ufficiarla, che in un an- 
golo neir altro, dove e come 1' opera degli artefici poteva per- 
mettere, vi si celebravano le sacre funzioni ; di preferenza, nella 
cappella Sisgoreo, entrovi un altare, che, non appena coperta, 
eresse il vescovo Giorgio, dotandolo di una casa ed intitolan- 
dolo al Dottore massimo, anche in onore della nazione Dalma- 
tica e perchè forse nel Duomo primitivo, lì pure o vicino, ci 
fosse stato un altare di S. Girolamo. E come dentro ed allora 
obbliar non potevasi nel Duomo novello la gloriosa memoria 
Dalmatica, così, formatane sin dal primo 1' idea, le si doveva 
rendere onore non guari poi, da sito piìi cospicuo, nella luce 
dell'arte, sulla facciata prospiciente la Piazza, in quello splendido 
medaglione, che, attribuito ad Andrea da Durazzo, ci figura pe- 
nitente nel deserto il nostro Santo appiedi del Crocifisso ^). Ve- 
scovo sin dagli ultimi quattro anni del tempo del Massegna, 



1) Leggasi nelle sue Osservazioni sulla Cattedrale di Sebenico, la prima 
con cui comincia V opuscolo, e dove, contrapponendo i monumenti religiosi 
testificanti 1' esteriore e 1* intima vita dei paesi, a ciò che promette la civiltà 
del petrolio (quando scriveva, accadevano i fatti di Parigi), dice tra altro : 
„petrolio l'ignoranza del passato, petrolio il disprezzo barbarico delle an- 
tiche memorie per pregiudizi partigiani .... petrolio le profanazioni d'ogni 
maniera, o siano consumate da pochi o da molti, o in nome di massime 
servili o di massime liberali". 

2) Per il concordato del Papa coli' Austria, soppressi nel 1828 sette 
vescovati in Dalmazia, cessò anche il Capitolo minore di Sebenico e sosti- 
tuironsi quattro vicari corali. 

3) „L' idea, scrive mons. Fosco, di collocare in quel punto così vi- 
sibile r imagine di S. Girolamo, non può essere stato un capriccio : essa deve 
essere stata .... coli' intenzione patriottica di onorare il grande Santo Dot- 
tore della Chiesa, che nacque in questo suolo" (Ufi ediz. dell' o. e. pag. 26). 
— E qui mi cade in acconcio di soggiungere un* altra considerazione. La 



16 



Giorgio Sisgoreo dal 1441 in poi, quando ne si sospese la fab- 
brica, era sempre, così decretante il Consiglio, con que' cinque 
nobili eletti a cinque anni perchè esaminassero, discutessero, 
provvedessero del Duomo come ornarlo il meglio possibile, con- 
tinuandosi, e nello stesso 1441 addì 22 giugno, previo il suo con- 
senso e lui volente così, fabbriceria e Comune stipulano il con- 
tratto con l'Orsini. L'anno appresso, il dì 16 giugno, lo vediamo 
nella Loggia Grande circondato da' suoi canonici e Fantino Pe- 
saro sedente a tribunale, allorché i due procuratori della Cat- 
tedrale per la nobiltà e per il clero presentano e si appro- 
vano i capitoli della concessione del pubblico fondo a pro- 
lungare il tempio e costruirvi le absidi. Dinanzi a lui, nella sala 
dell' episcopio, i nobili convengono con 1' Orsini per le nove 
cappelle, e quando sopraggiunge la crisi economica, egli è al 
cospetto di Cristoforo Marcello, che senz' ambagi gliel' annunzia 
coraggiosamente. Fosse merito precipuo di lui, o, com' è più 
verosimile, di lui e de' nobili e del rettore e della Repubblica e 
di altri contribuenti insieme, perocché la dichiarazione sua era 
un' implicita invocazione al soccorso, né sì pronto e valido soc- 
corso a tanta opera poteva venire da singoli, o da un ceto solo, 
o da un solo provvedimento, sta il fatto che bene avventurato 
fu il séguito. L' Orsini indi a poco è di bel nuovo a Sebenico. 
Li 6 marzo 1450 egli stipula un altro istrumento col vescovo 
Giorgio e col procuratore arciprete in nome anche del collega 
nobile e degli operari assenti per cagione della peste ^), e gli 
viene esborsata magna quantitas pecuniae perché si recasse al- 
l' isola Brazza a cavarvi e scalpellare quam plurimos lapides per 
la fabbrica della sagrestia ; istrumento, che poscia si annulla da 
nuova convenzione il 1 marzo 1452, ed alla quale li 16 marzo 
1454 segue un' altra per il compimento dell'ardito edifizio; en- 
trambi le convenzioni stipulate da' procuratori e dagli operari della 



porta de' Leoni, come dianzi accennavo nel testo, rappresenta in simbolo 
r umanità nella sua storia. Questo medaglione di S. Girolamo, li in alto la 
statua di S. Michele arcangelo ed a destra loro, in basso, suil' abside gli 
angeli con la pergamena pure accennati, soli altri tre rilievi in grande sulla 
facciata alla Piazza de' Signori, evidentemente significano l'uno la Dalmazia, 
r altro Sebenico, e si legge del tempio, sul terzo, quando, sotto quali au- 
spici e da chi incominciatane quella parte. Dunque in un prospetto, dinanzi 
alla Loggia Grande, in collocazione graduale, in proporzionata ed artistica- 
mente variata figurazione, concetto semplice, spontaneo, coordinato, amplis- 
simo : L' Umanità, la Nazione, la Patria, il Monumento negli storici suoi 
primordi. Veramente storica, veramente monumentale questa facciata. 

1) La peste del 1449 è ricordata da Domenico Zavoreo nel suo Trat- 
tato sopra le cose di Sebenico (Ms. pag. 43) ; ma documento più certo, a cui 
egli pure si riferisce, è nello Statuto nòstro la Riformazione 19 ottobre 1449 



I 



17 



chiesa dinanzi al vescovo Giorgio nella sala dell' episcopio. E 
di questo tempo V Orsini aveva già compiuto il battistero, perla 
dell' arte, come la disse N. Tommaseo, che vi fu battezzato e 
ne illustrò amorosamente il concetto ^). 11 battistero e la sagrestia 
furono le ultime opere che vide dell' Orsini il vescovo Giorgio. 
L' anno della morte di lui coincide con la licenza eh' ebbe il ce- 
lebre artista di assentarsi per sei anni da Sebenico a fin di ri- 
tornare in Ancona dove lo attendevano, incominciati o da inco- 
minciare, quattro superbi monumenti, che, dopo l'arco di Traiano 
e il duomo di San Ciriaco, formano il più caro ornamento di 
quella cara città ^). Di Giorgio Sisgoreo durano scolpiti nella sua 
Cattedrale il nome, lo stemma, l'effigie; del tempo e forse anche 
tutti di mano dell' Orsini scolpiti : il nome, sulla pergamena degli 
angeli; lo stemma, sovra la porta de' Leoni e, duplice stemma, sul 
sepolcro ; 1' effigie, sul sepolcro nella cappella di famiglia. I do- 
cumenti presenti ne ritraggono il carattere, ne rivelano gli studi, 
ne serbano la parola. 

Radicchio Sisgoreo, di tredici anni piià anziano di Giorgio 
ed il maggiore anche degli altri due fratelli e della sorella, fu in 
Sebenico il continuatore della famiglia, il capostipite de' due 
rami oggi viventi. A' pregi suoi propri non aggiungono né sce- 
mano luce, ma bellamente i pregi loro consertano il vescovo 
e, nella generazione seguente e Giorgio ambidue, un guerriero 



(cap. 267) sui nodari ed ufficiali da eleggere in tempo di peste. Ne si aveva 
sospetto a que* giorni, perchè già incominciata: quoniam ad praesens dubi- 
tatur de peste, quia iam principium fecit. L' illustre concittadino nostro An- 
gelo Frari nel suo poderoso volume Della peste e dell' amminislrazione sa- 
nitaria. Venezia. Fran. Andreola. 1840, dice a pag. 334, che nelle città di 
Sebenico e di Arbe vi era queir anno grande mortalità. Ma certo, quanto a 
Sebenico, doveva essere questo nell'anno seguente, o sullo scorcio del 1449. 
Nel maggio del 1449 non vi era tema alcuna del morbo, come apprendiamo 
nel quarto de' documenti presenti dallo stesso vescovo Sisgoreo, là dove 
loda il governo della Repubblica, benemerito di Sebenico anche in gratis- 
sima corporum sospitate et in pestiferis morbi preservatione. La peste so- 
praggiunta dev' essere stata cagione non ultima del non aver potuto i nobili 
soddisfare tutti nel tempo prefisso all'impegno loro verso la Cattedrale di 
costruirvi le cappelle. 

1) Trascrivo quest' unico passo : „11 battistero di Sebenico, che, come 
il bel San Giovanni in Firenze, accoglieva i novelli cristiani di tutte quante 
ha parrocchie la città, con le quattro sue nicchie, delle quali ognuna ha per 
volta una conchiglia marina, è nel suo genere invero una perla dell' arte ; e 
accenna simbolicamente alle acque liberatrici''. 

^) Il palazzo Benincasa, la facciata della Loggia de' Mercanti, le porte 
di S, Francesco delle Scale e di S. Agostino. 

2 



18 



di cui Radicchio fu padre ed un poeta di cui fu zio paterno ^). 
Fedelissimo alla diletta Repubblica non meno del fratello vescovo 
e del nipote poeta, che ne celebrarono le benemerenze, e del 



1) Di Giorgio, il guerriero, basti il seguente passo, che traggo dalla 
ducale 3 marzo 1467 di Cristoforo Moro al conte di Sebenico Stefano Ma- 
lipiero, con la quale gli viene confermata in affittanza per altri cinque anni 
r isola di Zuri, a risarcirlo in qualche modo del danno da lui avuto nel nau- 
fragio della trireme sebenicese dov' era sopracomito. Leggesi adunque di 
Giorgio Sisgoreo : qui sequens mores maiorum suorum semper devotionem 
suam prò commodo, et conservatione status nostri virtuose, et laudabiliter 
insudavit, et nullis extimatis periculis propriam vitam alacri animo exponere 
non dubitava, sed ultimate dum esset Supracomitus nostrae galiae armatae in 
Sibenico quae naufragium passa est in quo omnia quae habebat amisit, prò 
digno valore, prò eius aliquali refectione damni, et meritis ecc . , . . (Libro 
Rosso, pag. 370). Ignorasi il tempo della sua morte. Negli appunti del dott. 
F. A. Galvani incontro che fece testamento nel febbràio del 1469. 

Giorgio, il poeta, è 1' Ovidio di Sebenico, non per i casi della vita, 
né per gli amori, né per le metamorfosi, ma perché, sceltolo a modello 
nello stile, ne lo segue felicemente, umanista con ispirazione cristiana. Fi- 
glio di Simeone e di donna Zuanna, fu dottore de' decreti, canonico e nel 
1477 procuratore della Cattedrale, e dal 1480 al 1485 vicario del vescovo 
Luca de Tollentis. Compose e pubblicò in tre libri Elegie e Carmi, tredici 
inni sacri inediti ed un prezioso libretto che ne' giorni nostri vide la luce : 
De sita Illyriae et civitate Sibenici, il primo lavoro intitolando a Pietro di 
Damiano Toboleo, patrizio sebenicese, e gli altri due ad Antonio Calbo> 
rettore di Sebenico, con amplissime lodi alla Repubblica Veneta e scriven- 
dosi sempre Georgius Sisgoreus Dalmata Sibenicensis. Fu intimo di Raffaele 
Zovenzoni, il poeta di Trieste, laureato da Federico III e già professore di 
rettorica a Sebenico, e la stampa, ancora negl' incunabuli, riunì nel 1477 in 
un solo libro a Venezia i carmi che i due amici scambiavansi. Primo tra 
noi, cercò i proverbi del popolo e li traduceva in latino, ma la sua raccolta 
andò perduta. Ne' cinque anni del vicariato, mandò a Corfù Giampietro de 
Fiori e Damiano Eligostimo per appurare l'autenticità della reliquia di S. 
Cristoforo ; nel 1483, avvenuto in Borgo a mare il miracolo del Crocifisso, 
lo certificò ; alla scuola di S. Giovanni del Monte concedette diritto di pa- 
tronato nella chiesa di S. Trinità, e di essa chiesa, caduti in gran parte i 
muri la notte dei 25 marzo 1485, promosse il ristauro ; minacciando la peste, 
nel 1482 provvide del cappellano il Lazzaretto sulla punta di Maddalena, e 
li 16 aprile 1483 diede una costituzione circa i funerali. Di quest' ultima e 
dell' anno, ignoto finora, della sua morte, ho incontrato memoria nell' ar- 
chivio di Valverde. Egli morì li 30 novembre 1509. Di lui fecero onorevole 
menzione o porsero notizie il Farlati, il Fortis, il Ferrari-Cupilli, il Gliubich, 
il Fosco, il Galvani, l'Hortis, il N. Cronista di Sebenico (An.o 111, pag. 126), 
ed esaminò accuratamente le elegie ed i carmi il dott. M. Srepel negli atti 
dell' accademia degli Slavi, meridionali (Zagabria. 1899. Libro 138, pag, 207) 
intestando il suo studio Humanisi Sizgoric. 




19 



figliuolo guerriero, che più volte nel servirla mise a rischio per 
terra e per mare la vita, egli ventiquattrenne è tra i fuor- 
usciti; che dalle torri del porto invocano Venezia e con reiterata 
promessa le dedicano la città. Seguita addì 28 ottobre 1412 la 
santa intrata ^) e giurati i patti della spontanea dedizione, allor- 
ché venti giorni dopo, interveniente Venezia, cessa il disUirbio 
e le due fazioni intestine, feroci sino dianzi, stabiliscono pace 
perpetua, lo troviamo de' cinque nobili nelle cui mani si pongono, 
confiscatili a quella famiglia ch'era stata cagione della guerra civile 
e fu per sempre bandita ^), tutti i beni da essa posseduti mobili 
ed immobili, perchè ad arbitrio loro li vendessero e dividessero 
tra ambe le parti a risarcirle de' danni nella guerra patiti. Rico- 
noscente a lui la Repubblica, altrettanto fu egli disinteressato 
neir ottima sua fedeltà, negli ottimi suoi portamenti, nella dili- 
genza sua notissima ; encomi questi, come pure 1' altro di cir- 
cumspectus fidelis noster, che si leggono ne' documenti dell'annua 
provvisione vitalizia di lire 150 assegnatagli nel 1409, ma da lui 
appena dopo dieci anni ricordata e conseguita e la quale li 16 
ottobre 1424 fu decretato avessero ad avere alla morte sua i figli 
suoi maschi, saggio della gratitudine del Ducale dominio ^), che 
gli diede inoltre un' investitura di terre neh' isola Zuri. Nel primo 
attuarsi de' patti della dedizione, ascritto al patrio Consiglio, pa- 
recchie volte sedette, giudice della Corte maggiore, tra i quattro 
rettori della città e, finché visse, lo ebbero sempre cariche citta- 
dine ; li 6 gennaio 1432, oratore a Venezia con Michele Tavileo 
e col cancelliere Indrico de Indricis per chiedere vari provvedi- 
menti a pubblico bene: ottenuti tutti, e scrivendosi degl'inviati, 
che propter eoram prudentiam et diligentiam sunt merito commen- 
dandi^). Riguardavano que' provvedimenti, tra altro, controversie 
di confini da terminare ; privilegi da osservarsi ; danni turcheschi 
da chiederne risarcimento al Sultano ; cisterne, una distrutta da 
rifare, ovvero un' altra da ristaurare ; fortificazioni alle quali accu- 
dire. Il secondo degli otto capitoli impetrati concerneva la fab- 
brica del Duomo: per l'aitar maggiore era mestieri prolungar 



1) La dedizione di Sebenico a Venezia; e così ne si denominava il 
giorno, commemorato poscia oggi anno con una solenne Messa di ringra- 
ziamento in Duomo e con V uso, nel 1585 passato in privilegio, che aveva 
il Comune, di liberare un carcerato nelle feste della dedicazione di S. Mi- 
chele, patrono della città (29 settembre) e de' S. S. Simeone e Giuda (28 ot- 
tobre). Zavoreo, Trattato Ms. pag. 85. 

2) l Dragoevich tutti, eccettuato Michele. L'istrumento di pace fra gli 
intrinseci e gli estrinseci, con la ducale che lo contiene, leggesi per esteso 
nello Zavoreo, che con questo documento finisce il suo Trattato, pag. 87. 

5) Libro Rosso, carte 364 verso. 
*) Libro Rosso, carte 336 verso. 



20 



r edifizio e prendere dell' area, che occupava un volto sopra la 
via del Comune^). La concessione d'allora disponeva, richiedeva 
quella pili larga e costata assai più, che conseguivasi poi, allor- 
ché, venuto r Orsini, fu demolita e ricostruita piia addietro la 
facciata del palazzo del Conte. E doveva star bene a cuore il 
nostro Duomo a quegli oratori, specialmente al Sisgoreo ed al 
Tavileo, Sebenicesi -) e patrizi tra i dieci, che il Consiglio due 
anni prima aveva delegati perchè col vescovo Bogdano e col 
conte Grimani giudicassero dove erigerlo e come. Ma quali in 
Radicchio, per ciò che al Duomo si riferisce, il senno, il senti- 
mento, r opera, 1' autorità, ce ne dà fede la parte che seguitò 
ad avere nelle travagliose vicende della edificazione : primo di 
que' cinque, per decreto del Consiglio, eletti a cinque anni dal 
Conte e dalla sua Curia per meditarne ed eleggere e provvedere 
insieme col vescovo e co' procuratori, V ornamento quale si po- 
teva più bello; primo tra i colleghi quando si chiama l'Orsini e 
con lui si conviene; primo tra quelli de' nove casati, che gli al- 
loga, e l'Orsini gliela costruisce e dello stemma la fregia, la sua 
cappella. Radicchio Sisgoreo, ne' riguardi del Duomo del suo 
tempo, a buon diritto può considerarsi il tipo rappresentativo 
della nobiltà cittadina, come nella gara per 1' esempio suo taci- 
tamente intimata que' giorni, acerrimo campione del clero citta- 
dino fu il vescovo suo fratello, nelle virtù patrie e neh' amore 
del patrio tempio, suo emulo degno. L'atto ultimo, ch'io sap- 
pia "^), della vita di Radicchio gli è appimto 1' oblazione a cui ora 



1) Di qui si fa certo, che, in origine, V idea di prolungare comunque 
si fosse il Duomo era proprio de' committenti. Più tardi, quando venne l'Or- 
sini, balenò forse a lui, certo arrise a' committenti, di prolungarlo molto di 
più occupando anche, perchè edificar vi si potessero le absidi, la parte de! 
Palazzo del Conte dov' erano le due cancellerie. Nella ducale impetrata da 
Radicchio e compagni non si nominano cancellerie né absidi ; leggesi sola- 
mente, che : concedere dignaremur quod ipsa Ecclesia prolongetur in tantum 
quod altare magnani ipsius Ecclesiae fieri possit in uno vuoilo super viam 
Comunis, quod vuolium estendatur usque ad stabulam vestri Comitis. Per 
avere le cancellerie col rimanente, cioè la stalla, un' antica muraglia e, già 
ottenuta, la via col volto sovrapposto, occorreva nuova concessione, che 
fu data con la ducale 26 maggio 1441, sulla cui base vennero formulati addì 
16 giugno 1442 e dal conte Fantino Pesaro ammessi ed approvati i capitoli, 
che solennemente gli presentarono i procuratori della fabbrica. 

2) L'Indricis era di Venezia, e, notaio a Sebenico, di questo tempo 
cancelliere del Comune. Con lui diventò Sebenicese la famiglia, ascritta al 
Consiglio de' nobili e tra le cospicue. Suo figlio Domenico nel 1488 fu de' 
quattro rettori della città; suo nipote Indrico, più volte inviato a Venezia 
oratore. Cessò tra noi questa famiglia alla metà del secolo XVII. 

3) Veramente, per quanto è del Duomo, lo incontro Esaminatore del 



2V 



alludevo, fatta da lui addì 28 decembre 1444 nel Consiglio gene- 
rale de' nobili in sussidio ed aiuto della fabbrica del Duomo. 

Spontanea oblazione, che trentasei nobili della città solen- 
nemente si obbligano di pagare ogni anno il giorno della Pasqua 
di Resurrezione, cominciando subito, e ventinove di essi per tutta 
la vita loro, sei per dieci anni ed uno nell' importo e nel niodo 
che stava scritto nel libro della fabbrica, ne fu 1' iniziatore Ra- 
dicchio Sisgoreo, primo segnato e con V offerta maggiore : tre 
ducati d' oro annui in vita. Di questi oblatori, due s' incontrano 
di que' dieci, che nel 1430 stabilirono il sito del Duomo; tre 
de' cinque, che nel 1441 ne curavano V ornamento ; nove de' 
tredici, che nel 1444 s'impegnavano per le nove cappelle; sette 
de' nove, che si leggono nel primo de' presenti documenti. Ra- 
dicchio adunque, meno che nell' ultimo, era, come s' è visto, in 
tutti e tre gli altri gruppi. Oblatore co' suoi fratelli, senza che 
altrimenti siano essi nominati, vi è per un ducato, vita durante, 
Stefano Tavileo, il quale, figlio di Florio eh' era nipote o fratello 
del martire beato, aveva una sorella e cinque fratelli allora vi- 
venti, tra cui quel Michele, accennato testé oratore a Venezia e 
che fu della commissione decretante il Duomo nuovo nel sito 
dell' antico. Sono nella lista degli oblatori i fratelli Difnico capo- 
stipiti de' tre rami della famiglia, Giorgio e Niccolò, offerenti a 
vita ducati due ciascuno e Simeone uno ; questi, della commis- 
sione dell' ornato ; tutti e tre contraenti con 1' Orsini per la V.^ 
cappella, e con Giorgio veniva in soccorso del Duomo con un 
ducato in vita un quarto Difnico, Cipriano suo figlio. Saraceno 
di Niccolò, che soscrive per ducati due in vita, era de' cinque 
per r ornato e si obbligava per la IV.^ cappella. Simeone Gliubich 
segna un ducato in vita ; commissario del testamento di Giovanni 
Simeonich, erasi obbligato per la VII.* cappella, e lo si trova 
ne' documenti presenti fra i nove. Lorenzo Dominici e Martino 
de Mirsa, già obbligatisi con la propria metà di tangente, quello 
per la III.* e questi per la IX.* cappella, offrono in vita un du- 
cato ciascuno. Giacomo Nicolini, che offre in vita mezzo ducato, 
aveva stipulato in nome della zia per la VI.* cappella. L' importo 
promesso dai trentasei nobili importava la somma di 34 ducati 
e lire 2 di piccoli all' anno, senza contare 1' oblazione, che non 
apparisce di quanto, registrata nel libro della fabbrica. 

Esibiti altra volta nella secca lista del documento i nomi 
de' generosi, vorrei qui aver potuto e saputo cogliere e poter 
offerire, fosse pur rammentandone un atto solo, il fiore della vita 
d' ognuno. Ecco, da poveri appunti, poveri cenni frammentari e 
scomposti e non su tutti. Di più non mi assentono, e ciò mi 



Comune nel contratto, che il 1 marzo 1452 stipulano nell'episcopio il ve- 
scovo Giorgio, i procuratori e gli operari della chiesa con l'Orsini per la 
fabbrica della sagrestia. 



22 



valga di scusa, le troppo scarse mie forze al molto che rimane 
a cercare del moltissimo che s* è perduto. 

Di Florio Tavileo, allora già morto, ma che, nel 1412 tra i 
nobili fuorusciti, la Repubblica aveva rimeritato di grandi lodi 
per la fede e per il valore e di annua provvisione vitalizia con- 
tinuata ne' figli e ne' nipoti ^), nascevano : Stefano, nel 1447 giu- 
dice della Corte maggiore e nel 49 de' cinque deputati a soprin- 
tendere a' ristauri delle mura e alla fabbrica delle torri della città; 
Michele, V ambasciatore a Venezia già notoci e, prima, nel 21 e 
26 de' giudici della Corte maggiore, morto nel 46 ; Bogdano, vis- 
suto probabilmente senza prole col nome del capostipite sebeni- 
cese della famiglia e che, testando nel 55, beneficò con vari le- 
gati i luoghi pii ; Simeone, capitano della trireme sebenicese, ri- 
masto in comunione di beni co' fratelli e testatore nel 65 lasciando, 
alla morte della vedova, eredi della sostanza i due ospitali della 
città; un Pietro ed un Giovanni, e Caterina, che, vedova di Giorgio 
Difnico di Cipriano, donava nel 70 la propria dote al figlio Si- 
meone, frate osservante, perchè andasse a studio in Francia, e 
faceva testamento nel 77. 

Cipriano Difnico fu il padre de' fratelli da' quali si propagò 
in tre rami la famiglia; ragguardevole uomo, de' sei incaricati nel 
1385 a comporre la differenza per il rettorato di Sebenico tra 
Raffaele de Sorba e Lodovico de Georgiis. Tutti e tre i fratelli, 
sempre fedelissimi ed ossequentissimi alla Repubblica, per il cui 
onore e stato non dubitarono esporre dovunque sé e la vita ad 
ogni pericolo -). Giorgio del I ramo, marito di Caterina Tavileo 
testé mentovata, dal 1420 al 51 é più volte giudice della Corte 
maggiore ; nel testamento del 67 fa legatari il Duomo, S. Fran- 
cesco, il monastero delle nobili di S. Salvatore, S. Croce dì 
Crappano, i poveri lebbrosi di S. Martino e muore queir anno, 
premortogli il figlio Cipriano, che nel 41 aveva sposato Caterina 
di Dessa di Giacomo e che nel 55 e nel 61 incontrasi esamina- 
tore del Comune. Simeone del II ramo, dal 1443 al 49 più d'una 
volta giudice della Corte maggiore ; nel 46 de' cinque deputati 
alla Cisterna magna, che li 10 gennaio insieme al conte Valla- 
resso e sua curia stipulano il contratto per costruirla con Gia- 
como Correr dalle Cisterne, e, poco prima del 62, insieme col 
fratello Niccolò, posti cento villici nel tenere di Scardona, che 
abitassero e lavorassero nella vallata di S. Caterina ^). Niccolò 
del III ramo é imparentato anch' egli co' Tavileo per la prima 



1) F. A. Galvani. Re d'Armi Voi. 1 pag. 200. 

2) In ducale 10 maggio 1471 nel Libro Rosso, carte 370, e trasunto in 
Rivista Dalmatica An.o V fase. 1, 1909 pag. 32. 

3) Codice Difnico N.o 349 pàg. 298 e Rivista Dalmatica An.o v fase. I 
pag, 28. 



23 



moglie Nicoletta nata da Giorgio di quel casato ; dal 41 al 48 
sovente giudice della Corte maggiore ; nel 71 neir ufficio d' in- 
terprete, in grazia de' meriti e per rifarlo de' danni recatigli ne' 
poderi da' Turchi ; padre di numerosa figliuolanza. 

Saraceno di Niccolò è dell'antica famiglia de Saracenis ^). 
Suo padre nel 1446 fra i cinque e nel 50 fra i tre provveditori 
alla costruzione della Cisterna magna, e Saraceno, nel 47, allorché 
si allogano agli scultori le dodici armi sulle quattro corone di 
quella, è de' tre chiamativi a dar parere e consiglio e, nel 52, 
degli operari alla fabbrica del Duomo. Aveva sposato Margarita 
Difnico di Giorgio. 

Simeone Gliubich, primo da cui in Sebenico incomincia la 
genealogia certa della famiglia, nel 1451 è giudice della Corte 
maggiore e fino al 65 frequenti volte esaminatore del Comune. 

La famiglia de Mirsa, od altrimenti Toscani ^), diede al 
Duomo due oblatori a vita con eguale importo : Tomaso, che 
aveva testato nell' ottobre dell'anno innanzi, e suo figlio Martino, 
de' quali non so pili che tanto. L' ultimo Toscani, che incontro, 
è del 1735, Antonio, giudice della confraternita del Carmine, il 
cui altare in Duomo è appunto nella IX.^ cappella allogata 
all' Orsini. 

Giacomo Nicolini o de Nicolinis, dal 1441 ài 59 rinvengo 
tre volte esaminatore del Comune ; nel 47 procuratore di S. Do- 
menico, e nel 48 giudice della Corte maggiore e stipulante con- 
tratto di società per spezierie con 1' Orsini e col cognato di lui 
Pietro da Monte ^). Patrono nella confraternita di S. Giovanni 
del Monte, i figli suoi Gregorio e Bernardo cedono a quella nel 
1485 i redati diritti del patronato perch' essa assuma l' obbligo 
di riedificare la chiesa di S. Trinità, cadutine i muri li 25 marzo 
di queir anno. 



1) Che sia così, m' offre prova indubbia anche la cappella in Duomo, 
la IV. a già indicata, dove oggi è 1' antica imagine della Madonna della Sa- 
lute. Denominata da ser Saraceno di Nicolò nel contratto con 1' Orsini, nella 
lista di questi oblatori ed in un contratto del notaio Antonio Campolongo 
de' 13 giugno 1448 stipulato ante altare cappellae ser Saraceni Nicolai, la si 
trova in atti posteriori appellata cappella illorum de Saracenis (27 aprile 
1536, not. Guerino Tranquillo); il suo rettore, prete Giovanni de Liniciis, è 
rector seu cappellanus et altarista altare S.c^ Mariae cappellae Saracenorum 
(6 luglio 1552, not. Giambattista Zavoreo) e vi è il benefizio della B. V. de 
Saracenis di cui esiste V altare in questa Cattedrale (21 agosto 1789, not. 
Natale Semonich). 

2) In atto 10 febbraio 1478 del not. Ant. Campolongo si nominano 
Tomaso e Nicolina del qm. ser Martino Toscani o de Mirsa. E gli appunti 
genealogici, che ho sotto ambi i cognomi, si corrispondono. 

5) F. A. Galvani. Re d'Armi Voi. I, pag. 159. 



24 



La famiglia Draganich o de Draganis ^) ha due oblatori a 
vita con mezzo ducato ognuno : i fratelli Stefano e Niccolò, nati 
da Michele. Stefano nel 1441 è giudice della Corte maggiore ed 
esaminatore del Comune e, nuovamente, nel 52 in quella carica 
e nel 74 in questa; operario della fabbrica del Duomo nel 52 e 
54 ; concessionario di saline a Morigne nel 50 per la fedeltà sua 
e per i meriti provati ; oratore nel 60 a Venezia, morì prima del 
77 lasciando otto figliuoli. Niccolò nel 1448 e 52 giudice della 
Corte maggiore; nel 79 esaminatore del Comune; patrono in 3. 
Maria di Zlarin ; nel 54 procuratore del Duomo; nel 78 procu- 
tore di S. Domenico, fece testamento nel 85 con molti pii legati. 
De' suoi due figli, Pietro, sopracomito della galera Sebenicese e 
possessore di gran parte del territorio di Zlosella da lui compe- 
rato, donò nel 1511 a' Francescani del terzo ordine lo scoglietto 
di S. Stefano nel vallone di Machirina, obbligandosi a costruirvi 
chiesa e convento. 

Altra famiglia con due oblatori è la de Giovanni, de' quali 
Dobroio con mezzo ducato e Marco con quanto e come nel 
Libro della fabbrica. Questi nel 1448 ne fu procuratore, né pili so 
di lui. Dobroio era avvocato, e lo si trova operario di quella 
nel 52 e 54. Procuratore di S. Domenico, stipula contratto nel 
43 con maestro Niccolò qm. Vladano, pittore e intagliatore di 
Sebenico, per l'ancona e per il tabernacolo della cappella di S. 
Maria in quella chiesa e, nel 52, riceve dalla scuola di Valverde 
per conto di maestro Doimo di Marino, pittore di Spalato, l'im- 
porto dovutogli per una bandiera nuova che aveva dipinta. Ora- 
tore a Venezia con Elia di Lorenzo de' Lignicei, impetra li 27 
agosto 43 che i due medici del Comune ed il rettore delle scuole 
siano esenti da decima e da terratici, e li 6 maggio 48, di nuovo 
col collega dell' ambasciata, è deputato dal Comune per trattare 



1) Da un Dragano, da cui nella seconda metà del secolo XIV ha prin- 
cipio accertato 1' albero della famiglia Sebenicese, e che da Caterina Bo- 
chine di Traù ebbe, tra i cinque figli, un Gregorio, cavaliere aurato, un 
Vulchsa, arcidiacono, magister sacrae scripturae e notaio, e Stefano, parti- 
giano e famigliare di Ladislao d' Ungheria e di Sicilia. Esso re, con diploma 
21 agosto 1402 da Napoli, in ricognizione de' servigi prestatigli, diede una 
investitura viro nobili Stephano de Draganis di ville e possessi della sua 
corona situati parte nel comitato di Luca, parte sotto il monte Radini. 
Questo Stefano è nonno de' due fratelli Stefano e Nicolò. Stephano Dragoni 
è nel Trattato ms. dello Zavoreo, pag. 28 e 29; cognome della famiglia, de 
Draganis, ne' documenti : 26 marzo 1478 et passim (not. Antonio Campo- 
longo); 10 novembre 1484 (cod.e Difnico N.o 93); 1488—92 et passim (not. 
Martino Campellis de Gaivanis); 21 marzo 1491 e 14 aprile 1497. (Libro 
Rosso, car. 251 e 198); 30 sett. 1501 (Fasc.o Difnico An.o 1605 Sommario in 
causa di vini, ecc., pag. 20) ; 14 genn. 1507 (not. Anonimo) ; 31 dee, 1564, 
31 genn. 1565, 29 sett. 1569, 11 genn. 1573 (Libro de' Consigli), ecc. ecc. 



25 



a Nevest con Biagio, conte de' Morlacchi e delegato del bano 
Pietro, circa i molti danni e le ingiurie e le ruberie, che i sud- 
diti del bano ed i Morlacchi facevano a' cittadini ed a' distrettuali 
di Sebenico ^). 

1 due oblatori seguenti promisero a vita due ducati per 
ciascuno. 

Tomaso Tomassevich, milite, cavaliere e nel 1467 sopraco- 
mito della trireme Sebenicese ch'egli aveva armata e che capitanava 
col fratellastro Florio di Giovanni Toboleo, lo s' incontra dal 47 al 
62 tre volte giudice della Corte maggiore. Nel testamento che, 
vedovo di Maria, fece li 5 marzo 63, instituita erede universale 
la figlia Caterina e ricordati i fratelli materni, lascio legati al- 
l' ospitai grande di S. Salvatore in città ed a quello de' lebbrosi 
fuori a S. Martino ed ordinò si fabbricasse a Sebenico, intitolan- 
dola a S. Pietro martire, una chiesa e, contiguo, un monastero 
di monache osservanti: commissari del testamento, i patrizi Ve- 
neti Pietro e Gabriele di Andrea Tiepolo -). 

Stefano Tiscovich è tra i nuovi nobili eletti dal primo Con- 
siglio dopo la dedizione a Venezia; nel 1414 votante come pa- 
trono di S. Lorenzo di Morigne. 

Oblatori di un ducato a vita i seguenti. 

Radoslao Micateo, che fondò la chiesa di S. Benedetto, 
compita da suo figlio Ambrogio, come accennerò più innanzi ^), 
e che aveva voce di patrono in S. Lorenzo di Morigne ed in 
S. Maria di Zlarin, fu col fratello Niccolò tra gli estrinseci ; con 
lui nel 1412 riebbe la patria, e per volonterosi e gratuiti servigi 
meritò bene della Repubblica. 

Michele Simeonich di Niccolò fu il capostipite de' sei rami 
ne' quali si scompartì la famiglia. Milite e cavaliere, la Corte 



1) Rivista Dalmatica An.o IV fase. II. 1908 pag. 181. 

2) E la chiesa fu fatta: Io provano atti notarili stesi ivi presso: li 26 
giugno 1528, Adam Sibenici ad marinam sub fabbrica ecclesiae S J Petri {not 
Guarino Tranquillo); li 22 sett. 1534, ad marinam prope cappellam SJ Petri a 
sanitate (not. Donato Tranquillo); li 4 febbraio 1538 in litore maris prope 
ecclesiam SJ Petri (not. Cornelio Bonino); 19 genn. 1551 extra muros Sibe- 
nici prope cappellam ecclesiae SJ Petri (not. Giambattista Zavoreo) e simile 
del notaio stesso li 5 luglio 1553. Traggo questa notizia da noterelle inedite 
del dolt. F. A. Galvani. Oggi non ne si sa altro. 

=^) Vedi qui nota 1 del I documento. — Radoslao era probabilmente fra- 
tello di Jacopo, che il 1 maggio 1435 s' incontra abate di S. Niccolò del porto 
e morì li 12 marzo 1445. Gli succedette, avutone il possesso li 19 aprile di 
quell'anno, Fra Stefano Bilicich, autore d'una cronachetta di Sebenico oggi 
a Monaco di Baviera e di una trattatello De Vita Solutis, e che li 4 no- 
vembre 1451 andò, provicario in nome del cardinale Niceno, a Spalato nel 
monastero di S. Stefano de Finis. 



-26 



maggiore lo- ebbe de' giudici nel 1447 e 51 ; Venezia lo eleggeva 
sopracomito della galera Sebenicese, abbenchè ne revocasse la 
nomina il 1 agosto del 49, subito venutole quel giorno il reclamo 
contro 1' elezione, che privilegio era del Consiglio, ed a Venezia 
l'anno poi venne oratore del Consiglio in molto importante amba- 
sceria. Insieme con Ambrogio Micateo, nipote suo dalla sorella, ot- 
tenne un'investitura ereditaria in Campo grande di Morter perchè 
entrambi in molteplici guise e senza premio avevano servito all'onore 
della Repubblica, sotto la cui ombra desideravano vivere e morire ^). 
La vedova Pria, legatrice di tutta la sua dote al Duomo perchè 
vi si erigessero la cappella e 1' altare del Crocifisso, lo fece in- 
sieme col vescovo Sisgoreo commissario del suo testamento. Da 
.lui, nel giugno del 55, Giorgio Orsini acquistò la casa in calle 
S. Gregorio dove il grande artista abito e morì. 

Giovanni Mlednich o Mladenis nel 1443, 46, 51 è giudice 
della Corte maggiore; nel 49, della commissione de' cinque per 
le costruzioni delle mura e delle torri. La madreregola di Valverde 
lo registra nel numero de' confrati nobili. 

Gasparo Jurissich, milite è nel 1434 e 62 de' giudici della 
Corte maggiore. Furono suoi eredi i fratelli Niccolò e Girolamo 
Vitturi, nobili di Traù. La famiglia era tra le patronali di S. Lo- 
renzo di Morigne. Prete Gregorio qm. Michele, probabilmente suo 
zio paterno, instituì nel 1409 un beneficio per il rettore di S. Gre- 
gorio donando a quella chiesa una sua casa contigua ed una vigna. 

Oblatori di mezzo ducato a vita. 

Bartolo Porzio il maggior -) era figlio di quel Niccolò, che 
insieme con Giovanni, assai probabilmente suo fratello, venne 
fatto del Consiglio nel 1412. Bartolo s'incontra nel 79 stimatore 
del Comune. Addì 2 marzo 1490, egli a capo e Niccolò Tavileo 
ammiraglio e Pietro Tollimerio, confrati della Madonna del Monte o 
del Castello, chiedono ed ottengono da Ettore de Franciscis, vicario 
del vescovo Luca de Tollentis, la facoltà ch'essa scola potesse eri- 



1) Rivista Dalmatica An.o V, fase: I. 1909, pag. 25. 

-) Questo è il cognome originario; argomento inoppugnabile, il Libro 
de' Consigli, allorché li 29 settembre 1602 ammettendovisi Pietro Porzio ed 
attestando Giorgio qm. Girolamo Ferro dell' età legale di lui, cosi ne si 
scrìve il cognome e ne si dà anche la derivazione genealogica, a questo modo 
indicata: Pietro (l'ammesso) qm. Giovanni qm. Bartolo qm. Giovanni qm. 
Bartolo. Un Bernardino Porzio, figlio di Bartolo e scritto così, era vicario 
del vescovo Giovanni Stafileo, come leggo in doc.o 30 giugno 1521. Al tempo 
de' documenti presenti, v'erano due omonimi: questo, figlio di Nicolò, detto 
anche, il maggiore, ed un altro, figlio di Giovanni, detto anche il minore. 
Il primo è qui distinto col nome paterno soltanto e ne si scrive il cognome 
Sforcich. 1 Porzio volgarmente erano detti Sporcei o Sporcich, ed assai 
spesso in ambe le forme li s' incontrano scritti. 



27 



gere del proprio, contigua airedifizio di sua residenza, la chiesa 
nuova^), espostogli prima, tra altro, che da ben 282 anni la scola 
ebbe principio con le offerte de' cittadini e che fin d'allora pos- 
sedeva regola scritta. 

Giovanni di Niccolò Veranzio ^'), nella prima notizia che 
trovo di lui, mi si appresenta con un atto di sentimento amoroso 
della religione e dell'arte: egli a capo e Simeone Sisgoreo e Gio- 
vanni Camenarich commettono nel 1436 per 1' anzidetta scola, 
allora in S. Grisogono, una croce d' argento col suo pennone, 
dato a figurare a maestro Andrea depentor, e col suo paramento, 
e vanno facendo una colletta in sussidio della spesa -^). Sopra- 
stante co' due colleghi nobili all' opera gentile, egli del 43 e 47 
è degli operari della scola, nel 50 superiore, nel 47 e 53 giudice. 
Era del Consiglio anche nel 44 ^). Sposò Agnesina di casa Gam- 
bara, nobile Veneziana. De' tre figli maschi eh' ebbe da lei. An- 
tonio doveva essere avo del primate e viceré d' Ungheria, e bi- 
sava di Fausto, 1' autore delle Macchine Nuove, entrambi splen- 
dide glorie di Sebenico, 

I Dragoevich erano in tanto odio de' cittadini che nel 1412, 
ne' patti della dedizione a Venezia, li avevano voluto tutti quanti 
essi si fossero della detestata progenie, perpetuamente banditi da 



1) Valverde. La patente, che ne concede l'erezione, è nella Matricola 
della sua confraternita tra il foglio cartaceo di guardia ed il primo membra- 
naceo, e ne si legge un trasunto in Rivista Dalmatica An.o V, fase." II. 1910. 

2) Scrivo il cognome come lo scrivevano nelle opere loro i Veranzio 
Antonio (1504—1573) e Fausto (1551 — 1617); come lo portano tuttodì i Dra- 
ganich unito col proprio dal 1737 in poi; come lo si legge ne' diplomi, nelle 
iscrizioni, nella massima parte de' documenti, nella vita di Antonio dettata da 
Fausto e nel ritratto di Antonio neir età sua di 52 anni, dove nel fondo, 
allegoria del suo carattere fermo ed etimologia del cognome, è figurata una 
vera (anello, nel dialetto veneto-dalmato) col suo grande diamante diritto 
in cima ad uno scoglio rupestre sbattuto da' marosi infurianti. 

3) Archivio di Valverde, Voi. N.o VI (1433—54) carte 10, 72 e passim. 
— Altri ne giudichi come voglia: a me, che cosi posso salvare, altrimenti 
perduta, una notizietta patria, è debito anche di gratitudine domestica far 
menzione di un mio antenato, maestro Stefano orese, che dà un ducato d' oro 
per la croxe d' arzento. Nato da Giovanni Milgosto, fece costruire nella 
chiesa, oggi S. Barbara, la cappella di S. Stefano, vi pose 1' altare, si pre- 
parò la sepoltura ed, a mantenervi il culto, col testamento 20 agosto 1437 
istituì il beneficio intitolato anch'esso dal santo del suo nome; beneficio in 
campagne e nella metà de' redditi della casa (oggi Dalle Feste) presso Porta 
grande di terraferma, l'altra metà alla mentovata scola in S. Grisogono allora. 

4) Ma non aggregatovi allora, come dice nel Re d' Armi il dott. Gal- 
vani, che forse lo scambia con altro omonimo di quel tempo, o, più facil- 
mente, scambiò le cifre della data. Che vi sia stato ascritto nel 34? 



28 



Ogni terra e luogo del Ducale dominio, e tutti i beni loro confi- 
scati e venduti ; se non che Venezia, a condizione dell' assentire 
a tale patto, volle previi processo e sentenza e limitato il bando 
a sola la città e il territorio di Sebenico. Seguiti in pochi giorni 
il processo e la sentenza, che subito venne anche eseguita, pena 
la morte a chi interceduto avesse per i condannati, unico andò 
assolto Michele e risparmiata la sua famiglia. Raffaele Dragoevich, 
oblatore del Duomo nel 44, era di quella progenie, era figlio di 
quel Michele, e per la moglie Nicoletta era genero di Radicchio 
Sisgoreo. Di lui non so altro, se non v' aggiungessi, che aveva 
una torre in Ogorilice del Campo inferiore e che, dopo la prima 
generazione cessando la sua famiglia, cessò con essa anche il 
primo de' tre rami della progenie. 

Civitano Gerisicich ^) è nel 1447, de' tre chiamati a dar 
parere e consiglio per le corone stemmate della Cisterna magna, 
e nel 49, de' giudici della Corte maggiore. 

I seguenti sono oblatori per dieci anni : il primo, di un 
ducato e gli altri, di mezzo. 

Jacopo Naplavich o Naupleo, come lo scrive il poeta 
Giorgio Sisgoreo, che seco lui traduceva in latino i proverbi del 
popolo, e che lo dice uomo dotto e facondo, era avvocato ; dal 
1447 al 78 lo incontro quattro volte, e ne sarà stato più altre, 
giudice della Corte maggiore ; nel 48, procuratore del Comune, 
e nel 62, nunzio a Venezia con due colleghi per ottenere con- 
ferma delle leggi stabilite dalla Comunità dal 1413 in poi; leggi, 
che, annullate cinque, le altre si confermarono -). Nel 52 è pro- 
curatore della fabbrica del Duomo ; nel 77, operano. Nel 46 è 
de' cinque deputati per la costruzione della Cisterna magna e 
quando ne si stipula il contratto con l'artefice. L'ospitale grande 
di città e quello de' lebbrosi gli danno nel 75 mandato di ricu- 
perare i legati, che in prò loro eransi fatti, e nel 78 è procura- 
tore del Lazzaretto. Sposò in secondi voti la gentildonna Daria 
Vitturi di Traù e morì li 25 luglio 1482 senza prole. 

Giovanni Camenarich "^) si è ricordato con Giovanni Ve- 
ranzio nella colletta per la croce d' argento della Madonna del 
Monte; nel 46 guardiano, nel 53 procuratore di quella scola. 

Paolo Nigoevich, altrimenti Petrevich ^) si può di leggieri 
scambiare con altri omonimi del secondo casato viventi quel se- 



1) Ovvero Gersicich e Gersinich. La lezione del testo è nel documento. 
Questa famiglia è facile a confondere co' Garsanis e co' Grisanis o Grisa- 
nich Grisaneo. 

2) Ducale 5 marzo 1462 di Pasquale Malipiero nel Libro delle Rifor- 
mazioni, cap.o 286, Statuto di Sebenico. 

^) Parecchie volte leggesi anche Camerario. 

'») Paolo Petrevich, alias dicto Nigoevich de Sibenico, leggesi li 27 
maggio 1448 in atti del not. Ant. Campolongo. — Lo Zavoreo fa i Petrevich 



29 



colo. Questi pare figlio di Niccolò, come lo si scrive col secondo 
cognome e fungente da testimonio nel contratto dell' acquisto 
che fa r Orsini nel giugno del 1455 della casa a S, Gregorio. 
Ed esso medesimo nel 51 era giudice della Corte maggiore. I 
Nigoevich avevano voce di patrono ne' già rammentati benefici 
di Morigne e di Zlarin. 

Elia di Lorenzo de' Lignicei ^), così denominato dall' avo 
capostipite a Sebenico, fu nel 1438 de' tre compilatori delle Rifor- 
mazioni allo Statuto patrio, esaminate nel termine di tre mesi tutte 
le leggi pubblicate e riformate sino allora ; con Dobroio de Gio- 
vanni, come si è accennato, del 43 oratore a Venezia e del 48 
commissario a Nevest, e, da solo, li 29 agosto di quello stesso 
anno 48, oratore al Doge con cinque capitoli, che dichiarò multa 
cani pmdentia et ordine; nel 49 de' cinque deputati alle torri e 
alle mura e, prima e dopo d' allora, più volte giudice della Corte 
maggiore ed in altre civiche cariche. Esercitatisi in molte guise 
egli e suo padre ne' servigi della Republica, ebbe un' investitura 
di beni campestri nel 48 a Zuri e nel 51 a Morter, per sé ed 
eredi. 

Di Mauro de Rasolis ^) altro non so, tranne che, probabil- 
mente mercante, aveva una marcelliana (specie di nave mercan- 
tile) ed era padre di Stefano, prete, che nel 1444 fu beneficiato 
di S, Maria di Stomorie, od alùimenti Verpoglie in Campo d'ab- 
basso, per voto de' coniugi Simeone Difnico e Lucia Marinis, 
entrambi di famiglie fondatrici di quel beneficio. 

Di Lorenzo Dominici, dianzi rammentato a proposito della 



originari di Scardona. Un Paolo nel 1402 è de' cinque deputati dal Consiglio 
allorché si assegna la dote per la fabbrica del Duomo e, nel 1403, de' quattro 
rettori della città convenendosi la lega fra Sebenico e Traù. Un Paolo nel 
1446 é notaio di Scardona. Un Paolo nel 1477 e 78 é procuratore della fab- 
brica della Cattedrale di Sebenico ; nel 78 e 90 giudice della Corte mag- 
giore ; nel 78 conduttore nel contado di Sebenico degl' introiti del vescovado 
di Scardona; nel 79 procuratore del Lazzaretto; nel 81 e dal 89 al 94 esami- 
natore del Comune ; nel 84, 94, 99 e 1501 operano del Duomo ; nel 90 de' due 
procuratori del vescovo Luca de Tollentis, allora a Roma ; nel 91 de' com- 
missari del Comune al conte del castello di Clicevaz ; nel 93 con Paolo, 
figlio dell' Orsini defunto, conduttore delle prebende di Jacopo Gradenigo, 
patrizio Veneto e canonico di Sebenico. Ed altri Paolo sino alla fine del 
secolo XVI. 

^) Così più frequentemente; ma del pari de Ligniciis, Linitiis, Lignicis, 
Ligniceo e, come nel documento degli oblatori, Lignicich. Elia è talora co- 
gnominato di Lorenzo o de Laurentiis. 

2) Il documento degli oblatori reca veramente Quarco de Razolis, ma 
in sei altri documenti leggo Mauro o Moro ed in tre Rasolis, in uno Rosolis, 
sempre la persona medesima. 



30 



III.^ cappella, come pure di Gregorio Cremsich, mercante, di Mi- 
chele qm. Civitano e di Giorgio Ivetich, che si obbligarono a 
vita per un ducato, e di Niccolò Mihovich, Qhe vi si obbligò 
per due lire a vita e di Stefano Marzenich, che a dieci anni per 
un ducato, non. offrono più che tanto i miei appunti, né altrove 
fino adesso ho incontrato notizia. 

Coteste trentaseì oblazioni vennero fatte tutte in Consiglio 
la domenica nella quarta festa di Natale del 1444, meno V obla- 
zione di Stefano Tiscovich, registrata nell' atto e soggiuntovi 
extra Consilium ; indizio, che ne saranno seguite anche altre da 
nobili non intervenuti quel giorno all' adunanza. 

Ma chi pensi il Duomo, agevolmente potrà metter la trama 
neir ordito che, pochi e sparti, pur valgono a porgere questi 
cenni de' nobili Sebenicesi d'allora; il Duomo, l'opera più bella, 
di cui li facevano meritevoli e degni le virtù ond' erano adorni 
e le altre opere, compiute o che li esercitavano, di bene comune, 
di carità religiosa e civile. 

Successore, dal primo tempo del nostro Duomo, a nove 
rettori, cinque de' quali vi hanno memorie scolpite, vale a dire, 
in istemmi, Moisè Grimani ^) e Andrea Loredan sulla facciata 
principale, Jacopo Gabriel e Marco Erizzo sulla facciata alla 
Piazza, ed, in iscrizioni. Fantino Pesaro lì sulla pergamena degli 
angeli dove leggesi Urbs a Fantino regitur Proconsule digno Pi- 
saurae prolis Venetum dominante Senatu, quattro anni dopo esso 
Conte e capitano assai benemerito, veniva a Sebenico nell' ot- 
tobre del 1447 Cristoforo di Vittore Marcello, che, assunto il 
reggimento della città, lo tenne fino all'aprile del 1451. 

Dello storico casato originario di Roma e tribunizio a Ve- 
nezia, dove crebbe dogale con Niccolò e de' più cospicui per 
secoli fino a tutt' oggi in ogni nobile benemerenza con sei pro- 
curatori di San Marco, con parecchi e militi celebri e illustri pre- 
lati e chiari scrittori e con tanti altri e magistrati e mecenati e 
uomini e donne benefici ; Cristoforo, nella vita sua e ne' pregi 
ed anche ne' troppo angusti termini del luogo, del tempo e delle 
circostanze allorché presiedeva alla cittadetta nostra in nome 
della Repubblica, non appare da meno degli antenati e di quello 
eh' erano per addivenirne i posteri. Dei Marcello vanta Sebenico 
sette Conti e capitani, de' quali egli apre il primo 1' onorevole 
schiera, venutovi secondo della famiglia dopo Benedetto, che nel 
1444 vi fu camerlengo; cinque castellani; un sindaco provvedi- 
tore; un canonico poeta; un vescovo di Traù, ch'erige, fortilizio 
unico a riparo di tutti, il castello di Bossolina, ed un vescovo 
della Cattedrale nostra, che, nel formidabile assedio turchesco 
del 1647, provvede agli assediati, 1' incoraggia, é con loro dove 



') Sto col Galvani, che nel Re d'Armi lo denomina Moisè. Il Fosco 
ed il Graus lo dicono Alvise. 



31 



più disperatamente si pugna, e nella pestilenza seguitane è l'an- 
gelo della carità. 

Veniva a Sebenico Cristoforo, vedovo con quattro figliuoli, 
tutti riusciti poi degni del padre : uno capitano generale da mar, 
uno provveditore generale in guerra, uno consigliere e provve- 
ditore più volte a Verona ed a Bergamo, uno arcivescovo di Ni- 
cosia. Egli nel 29 era stato podestà e capitano a Casalmaggiore ; 
nel 36 ambasciatore a Costantinopoli, e, creato cavaliere, indi a 
poi al governo di parecchie città della Dalmazia ; per merito 
della virtù sua volontariamente dedicatisi alla Repubblica gli abi- 
tanti di Almissa. 

Oggi, del suo rettorato di Sebenico, vi rimane monumento 
lo stemma gentilizio su due corone della monumentale Cisterna ^), 
da lui nel primo anno coperta ; come di altri Conti e capitani 
del suo casato vi era, fino a pochi anni addietro, lo stemma di 
Piero (1501—03) sugli archivolti di tre botteghe presso S. Bar- 
bara, e rimangono: quello di Niccolò del fu Zuanne (1528 — 30) 
tra i cinque a marina, già nella distrutta Loggetta ; quello, già in 
S. Domenico ed ora su d' una casa prossima, di Paolo del fu 
Piero (1559 — 61), che ornò di „bellissime e vaghe pitture", per- 
dute anch'esse, la Loggia Grande ; la statua di Niccolò (1609-11) 
sui Palazzo del Conte, postagli dalla benevolenza del popolo 
grato-); l'iscrizione ricordante Nicolò di Zorzi (1643 — 46), cin- 
que anni or sono fattasi visibile sulla facciata di S, Spirito al- 
lorché barbaramente ne s' intonacò e colorì la parte superiore, 
e, del vescovo Alvise (1635 — 53), due lapidi, una sulla porta di 
S. Lucia e V altra, già nella chiesa di S. Domenico e adesso, ri- 
trovatasi da cinque anni, sulla scala del monastero. 

Di Cristoforo Marcello, come rimangono monumento i due 
stemmi nella Cisterna magna, non così vi poteva essere ricordo 
scolpito nel Duomo, perchè ne si era sospesa la fabbrica e con 
essa anche la serie di tali sculture, che appena dieci anni dopo 
il 1443 ricominciò con gli stemmi del conte Leonardo Venier e 
de' vescovi Sisgoreo e Vignaco sopra la porta de' Leoni ; nel 
triennio e mezzo del reggimento di lui, occorsa la crisi econo- 
mica e da ultimo scoppiata la peste. Ma quanta parte avesse 
egli neir edificazione del Duomo e con quanto zelo vi coope- 
rasse, si fa palese da ciò che apprendiamo pur da que' pochi 
atti pubblici sopravvissuti che si conoscevano e da questi cinque 
che ora vengono in luce. A lui non guari giunto a Sebenico, fa 
capo il vescovo nel marzo del 1448 per annunziare consumati i 



^) V. qui appendice 1. 

2) Benevolentia grati populi posuit, come vi si legge appiedi. Che sia 
di lui quella statua, 1' ho dimostrato nel A^. Cronista di Sebenico. An.o IV. 
1896, pag. 177. 



32 



danari occorrenti; da lui, addì 15 marzo del 49, si ripubblica la 
prima volta la convenzione delle nove cappelle per richiamare 
air impegno assunto que' nobili che non per anco v' avevano 
soddisfatto, e per commissione di lui, nel suo palazzo ed alla 
sua presenza, come leggiamo in questi documenti, sono convo- 
cati in Consiglio generale settantaquaftro nobili ad eleggere i 
nove, che nel termine di quindici giorni dovessero studiare e si 
accordassero a bene determinare e proponessero gli spedienti 
pili opportuni a riprendere la fabbrica interrotta. De' quali prov- 
vedimenti, preso il dì stesso nelT istesso Consiglio, uno si è 
quello circa i beni degli intestati, da esserne devoluta una parte 
a beneficio della fabbrica. Il Consiglio continua tutto il mese in 
due altre domeniche ed il provvedimento deliberato è una tassa 
generale, donde, come il lettore vedrà, 1' aperta gara tra i nobili 
ed il clero. Il Marcello, e per l'animo e per il tatto esperimentato 
e per 1' alto suo ufficio, certo ne doveva essere il moderatore 
sapiente, lo spassionato arbitro vero, il conciliatore riverito, sep- 
pure, come legalità voleva, ne' altrimenti avrebbe valso, la sen- 
tenza ultima fosse stata dal Consiglio discussa e proferta. Co- 
munque siasi, perocché è mio proposito offerire i documenti, 
non commentarli, 1' appello del vescovo a lui con l' apostrofe al 
Consiglio certifica, che tale il vescovo lo considerava e invocava, 
ben sapendo le solerti e provvide sue cure per il Duomo. Le 
quali sortirono ottimo effetto se, lui tuttavia reggente, ritornò, 
come si è già detto, 1' Orsini e gli si contò la grande quantità 
di pecunia per le pietre; onde, se aspettassimo il Marcello anche 
oblatore, non è da pensare eh' egli ci mancasse, né che 1' offerta 
sua fosse minore di veruna de' nobili, né che restato avesse di 
impetrar sussidi dalla Repubblica. Pur troppo le sopraggiunte 
sciagure, che afflissero Sebenico nel tempo del regime di lui, ci 
tolsero notizie moltissime, chi sa mai quante preziose : un in- 
cendio, che agli 8 maggio 1448 arse quasi del tutto la città ^), e 
la peste con la mortalità massima nel 1450. E non per tanto, 
notabile cosa, il regime del Marcello in confronto a quello degli 
altri Conti e capitani, che mutavansi ogni due anni, fu il primo 
sino allora e de' rarissimi poi, che si protraesse : un anno e 
mezzo di più del termine ordinario, e già elettogli fin dalli 12 
ottobre del 49 il successore: nelle difficili congiunture, ben im- 
portante adunque eh' egli ci fosse. E lo mostrano anche altre 
sue benemerenze. 

Di sole cinque torri che aveva, ed in malo arnese, la città, 



') Testuali parole della citata cronachetta di Stefano Bilicich, e notizia 
in argomento unica da me incontrata finora : Fuit combusta civitas Sibenici 
quasi in totum. E della peste, il medesimo cronista contemporaneo : 1450. 
Fuii mortalitas maxima in Sibinico et in dicto millesimo fuit Jubileus tempore 
papae Nicolai quinti. 




33 



tolse egli a riparare le tre dalla parte di terraferma ^) princi- 
piando da quella di S. Francesco, modello alle dieci successive, 
da lui e dal Comune chieste ed ottenute nel 49 che si erigessero 
nuove, allargando tra 1' una e l'altra il cordone, e delle quali 
eresse egli la prima, chiamata probabilmente col suo nome, o 
ricordata col suo stemma o con qualche iscrizione. Occorreva 
premunirsi dagli Uiigheri, e già per lui stavano in pronto molte 
laudabil provision, tra altre, la descrizione di quanti vi erano 
nella città e nel contado balestrieri ed arcieri, i quali tutti de 
bona vogia comperarono le armi, ed ottenuto aveva dal Go- 
verno 150 ducati d' oro per gì' impotenti a comperarle e per 
altre munizioni. Ma la novella che un capitano degli Ungheri 
sarebbe calato in Dalmazia e specialmente su Zara e Sebenico, 
annunziava del pari che sarebbe calato occupando con voluntade 
de ban Piero metà del Banadego croato -). Esso bano, che si- 
gnoreggiava in quello, da pezza per molte vie e modi non ces- 
sava de molestar e robar i citadini e contadini de Sibenico, ed 
era la tribolazione de' rettori della città, promettitore mendace, 
bisognoso d' Ungheria e di Venezia e mal fido ad entrambi, da 
Venezia poi, che lo sperava propugnacolo contro i Turchi, fa- 
vorito sempre, benefica a lui anche dopo morto, con la tutela 
che ne prese de' figli. Que' giorni più che mai insolentiva costui 
con le sue prepotenze : saccheggiava tre ville, che un suo ca- 
valiere possedeva nel contado Sebenicese, per differenze avute 
con lui e con molti de' sottoposti ; angariava i contadini di Se- 
benico traenti d' estate a' monti nel suo territorio per pascere 
gli animali, stringendoli, a pagare il pascolo, cosa che mai non 
erasi fatta e pretesto a lui per quindi toglier loro senza remis- 
sione r intero bestiame e spogliarli del tutto, mentre le sue genti, 
sopravvenendo i Turchi, potevano venire e venivano con le robe 
e con gli animali nel contado nostro senza pagamento veruno, 
eccettuati i Morlacchi che, per usanza antica, pagavano al Co- 
mune per il pascolo degli animali loro; non curava i patti seco 
lui conchiusi da Paolo Vallaresso, già provvisore in Dalmazia, 



1) Le tre torri di terraferma si denominavano Jacovaz, del Bersaglio, 
di Corizza, come raccogliesi dal contratto per ripararle stipulato li 30 de- 
cembre 1449, in atti di Ant. Campolongo, contraenti, dall'una, Dionisio Giu- 
stinian, vice camerlengo, e i cinque nobiluomini Sebenicesi deputati al- 
l' opera dal Conte Marcello e dall' altra il protomaestro lapicida Antonio 
Vlatcovich di Sebenico e suo figlio Michele. 

2) Pietro Pireo de Tolovaz o Taloviz, Conte di Cetina, che, tra gli 
altri possessi, teneva il castello di Ostroviza, da ultimo perduto. Per quanto 
di lui si accenna nel testo, Cfr. Monum. Slavorum Meridion. Voi. IX pag. 96, 
114, 235, 277, 324, 354, 360, 395 e Voi. X pag. 17, 29, e, per la sua conven- 
zione circa il convegno di Nevest, Rivista Dalmatica An.o IV, fasc.o II, 1908 
pag. 181. 

5 



34 



pur vantaggiosi a sé, gravi a' sudditi Veneti, né tampoco curava 
ambasciate e sentenze per risarcimento de' danni' perpetrati. Cri- 
stoforo Marcello s' accordò con lui d' un convegno nella villa 
Nevest, dove giudici deputati da ambo le parti avessero a ve- 
dere e determinare i danni, le ingiurie e le ruberie commesse 
contro i cittadini e i contadini di Sebenico dentro e fuori del 
distretto e le soddisfazioni da darsi ; convegno, che più volte 
prorogato per compiacergli, o perchè i delegati suoi non erano 
comparsi e, finalmente, con atto notarile, fissato per li 25 mag- 
gio 1448, ignorasi se avvenisse, anzi é da ritenere che no. In 
quella primavera, fosse prima o dopo di detto giorno, quasi tutti 
sottoposti al ban cusì Morlachi come Crovati, incorsi i Turchi, erano 
scampati con le robe loro e con gli animali nel contado di Se- 
benico, commettendo gran danno si olii ciiadini e contadini, come 
nelli pascoli del commune. Venuti senza che il bano ne avesse 
chiesta licenza, ed anche per costringerlo al risarcimento debito 
da prima, il Marcello fece sequestrar certi animali di Morlacchi 
per farsi pagare il pascolo del Comune, ma, prodotta poi dal 
bano una lettera di grazia della Repubblica, li restituì, però fat- 
tasi dare promessa scritta del pieno risarcimento dovuto. La let- 
tera suonava che, quando occorresse agli uomini del bano di ve- 
nire, per necessità di Turchi, nel contado di Sebenico, potessero 
senza pagameno alcuno. Sempre retto e sagace e longanime e 
animoso il Marcello, non trascurò di guardare da bano Pietro il 
paese che la Repubblica gli aveva affidato, intanto che il Con- 
siglio della città, esposte al Doge e al suo consesso per oratori 
le cose, domandava modificata la lettera di grazia ; integra sod- 
disfazione ai danneggiati ; liberi a' nostri i pascoli nel banadego ; 
nulli per Sebenico i patti conchiusi col Vallaresso, anche perchè 
giuridicamente spiratone il termine. Di queste domande abbiamo 
la risposta in due ducali al Marcello. Con la prima, inchiusagli 
copia, gli si trasmette, perchè con un suo nunzio la faccia reca- 
pitare al bano, una lettera richiedente in efficacissima forma la 
soddisfazione de' danni e la libertà de' pascoli, commettendo al 
Conte, quanto a' pascoli, di trattare i sudditi del bano al modo 
pari eh' egli sarà per trattare i sudditi Veneti, e, quanto alla 
soddisfazione de' danni, di curarla con que' migliori e più onesti 
spedienti che parranno alla prudenza sua consentanei a legge 
e a giustizia e troverà essersi osservati da' suoi predecessori. 
Nella seconda ducale lo s' incarica di scrivere egli medesimo 
al bano perchè osservi i patti che ha con lui la Repubblica: 
se non li osserverà, avverta, e la Repubblica provvederà essa 
come saprà che bisogni. D' allora in poi non s' incontrano più 
querele di Sebenico contro bano Pietro, si invece che, volgendo 
lo stato suo a rovina, egli più volte mandava alla Repubblica 
ambasciate, per invocare favori e sussidi. Fondata poco prima 
del Marcello la villa Siroche in quel di Bossolina, il provvido 



I 



35 



rettore assegnò a' villici susseguenti che vi furono posti e nella 
proporzione data a' precedenti, certi tratti di terreno ad uso di 
pascolo pe' loro animali^); assegnò a' villici di Zablachie un 
tratto boschivo riservato pe' loro animali da giogo, ma del quale, 
in dato tempo dell' anno, si potessero anche servire pe' somieri 
i conducitori del sale -); concedette a Stefano Draganich ed eredi 
alcune saline in Morigne, che le racconciasse e ponesse in col- 
tura ^) ; investì Elia di Lorenzo de' Lignicei di alcuni terreni nel- 
r isola di Zuri e lui ed il dottore Ambrogio Micateo e Michele 
Simeonich di altri terreni nell'isola di Morter, salutari ricognizioni 
di meriti, perchè, in caso di guerra co' Turchi, già infestanti 
terraferma, ci fosse modo di riparare nelle isole e camparvi la 
vita ■*) ; a compenso dell' avere il monastero di S, Domenico 
ceduto alcuni fondi per la Cisterna magna, impetrò ad esso il 
feudo di Grabovci e Gachielesi con solo l'obbligo di due libbre 
di cera all' anno la festa di S. Marco ^); a' legnaiuoli di barche e 
navigli ed a' calafati, perchè senza impacci ed agevolmente eser- 
citar potessero le arti loro, tra le principali e più necessarie in 
quel tempo alla città, diede in perpetuo ed esenti per sempre 
da quale siasi pagamento, un nuovo arsenale col suo squero, 
avente due porte grandi per 1' introduzione e per 1' uscita e si- 
tuato a marina sotto Porta Dobrich ^), 

Reggente Cristoforo Marcello, il Consiglio della città votò 
alcune deliberazioni in materia civile e criminale, edilizia e cam- 
pestre, commerciale e sanitaria, talune proposte da lui e sua curia, 
tali altre demandatone al Conte e sua curia lo speciale esegui- 



^) Rivista Dalmatica An.o IV, fasc.o I, 1907 pag. 15. Oggi una villa Si- 
roche è in quel di Capocesto, la medesima indicata qui, od un' omonima 
che ci fosse allora in Bossolina. 

2) Rivista Dalmatica An.o IV, fasc.o I, 1907 pag. 17. 

3) Not. Ant. Campolongo, 1 Ottobre 1450. 

4) Rivista Dalmatica An.o iv, fasc.o II, 1908 pag. 182, e not. Giambat- 
tista Buonmattei, 3 aprile 1451. 

'^) Rivista Dalmatica An.o IV, fasc.o IJ^ 1908 pag. 183. 

6) Dice lo Zavoreo (Ms. Trattato cit. pag. 27), che nel 1384 vi era in 
Borgo a mare un arsenale e che a' giorni suoi sopravvivevano avanzi delia 
porta d' accesso e di muraglia merlate della cinta ; situato, scrive Pier An- 
tonio Fenzi (N. Cronista di Sebenico An.o IV. 1896 pag. 28), in parte remota 
a fine di preservarlo da aggressioni di pirati. In atto 2 maggio 1443 (not. 
Pietro Tirrenis) Io si denomina Arsenatum Comunis. L' arsenale e squero 
nuovo conceduto dal Marcello era alla parte opposta, ne' pressi della chiesa 
di S. Niccolò de' marinari, posta allo Squero, come tutt' oggi si denomina 
talora il piazzale contiguo, adesso mercato di frutta. La concessione seguì 
li 30 agosto 1448 nella Piazza del Comune, rogando 1' atto il notaio Antonio 
Campolongo. 



36 



mento, entrate poscia nel Libro delle Riformazioni del nostro 
Statuto '). E fu della legge il Marcello osservatore severo, e, 
quando trattavasi di pubblica moralità, interprete rigoroso. Un'a- 
dultera di Zlarin aveva seco una figlia minorenne e minacciava 
bruciare la casa del marito. Giusta lo statuto civico, V adultera 
perdeva la dote. Venuto al tribunale il marito per chiedere ag- 
giudicata a sé la dote dell' infida e che le fosse tolta la figlia e 
vietato d' accedere all' isola, il Marcello giudice, non pure accon- 
sente a tutto ciò, ma per di più ordina aggiudicata la dote in 
perpetuo al marito ed eredi; mai in veruna guisa la rea abbia a 
che fare, meno poi a star con la figlia; per sempre interdettole 
Zlarin e se, contravvenendo, pagar non potesse 1' ammenda pe- 
cunaria comminatale, fustigata per la città ogni volta e multati i 
rematori ed altri che avessero prestato mano comunque alle sue 
trasgressioni -). Li 13 ottobre 1447, egli co' giudici della Corte 
maggiore Ambrogio Micateo, dottore delle arti, ed Elia fu Lo- 
renzo de' Lignicei, de' tre compilatori dello statuto cittadino, e 
testimoni Radicchio Sisgoreo e Simeone Gliubich, determina che 
nessuno de' nobili debba all'udienza di lui e de' successori suoi par- 
lare altrimenti che in latino, imperocché il latino lo sapevano tutti, 
scientes loqui latine, mentre non era saputo lo slavo da' rettori, 
d' altri nobili e dalle persone latine, ab ipso spectabile Domino 
Comite et ab aliis nobilibus et personis laiinis '^). Il provvedimento, 
onesto per molte ragioni, honeste pluribus rationibus, assicurava 
la coscienza de' magistrati, ne rendeva più facile e solenne 1' uf- 
ficio nel ministero della giustizia e nel governo della cosa pub- 
lica, stabiliva all' idioma della civiltà originaria e beneficentissima 
il primato dovutole in paese di due stirpi non egualmente inci- 
vilite, dovutole in ogni tempo che non fosse di confusione ba- 
belica e d' anarchia. Fautore delie istituzioni religiose, il Marcello 
nel 47 concede la nuova fabbrica della casa per le Recluse di 
Ognissanti ^) ; nel 48, lui reggente e, come il vescovo Giorgio 
Sisgoreo per le spirituali, così egli per le cose temporali, rivistala 
ed approvante, si ricompila la madreregola della scola di S. Marco, 
antica sin dal 1370 ed allora in S. Maria di borgo a mare ^) ; 
nel 49, li 23 aprile, dà licenza a' confrati di S. Giovanni d' in- 
dossare la tunica alla foggia di quelli di S. Maria del Castello ^), 
e, li 23 maggio, licenza alla scola antichissima di S. Spirito, co- 
minciata li 2 giugno 1022, che i confrati possano ne' dì consueti 

1) Capitoli da 261 a 270. 

2) Rivista Dalmatica An.o IV, fasc.o I. 1907 pag. 16. 

3) Notaio Antonio Campolongo. 

^) Rivista Dalmatica An.o iv, fasc.o I. 1907 pag. 14. 

5) Madreregola di S. Marco, prima de' Capitoli. 

6) A. G. Fosco Folium Dioecesaniim Siben. 1892 pag. 28. 



3 



37 



vestire le cappe e fare giusta il solito le devozioni e processioni 
loro per la città ^). Minacciando la peste nell' ottobre del 49, 
dubitavasi che molti de' nobili fossero per assentarsi da Sebe- 
nico, quelli financo della Curia maggiore, e, di fatto, si assenta- 
rono alcuni, ed il 15 maggio del 50, infierendo il morbo, allo 
stesso camerlengo Giovanni Paruta il Senato permise di ridursi 
in qualche luogo del distretto ^). Non si allontanò il Marcello, 
né di lui si dubitava, come apprendesi dall' incarico pre- 
ventivamente datogli di creare, al bisogno, i notai per i testa- 
menti, e di tenere, anche con soli 21 nobili, il Consiglio per 
eleggere gli ufficiali '^) : tanto eroico sapevasi ed era in lui il 
sentimento del dovere, l' amore per Sebenico. Nove anni dopo, 
gli seguì nel rettorato suo fratello Alessandro ^). Ma Cristoforo, 
anche lungi, giovava a Sebenico da Venezia, consultato più volte 
per le cose nostre dalla Repubblica. Morto vecchio, fu sepolto 
nel chiostro de' Certosini sull' isola di S. Andrea e con questa 
iscrizione : Confectus iam senio Christophorus Marcellus vir patri- 
tricius cura tandem et studiis Reipublicae perfunctus foelicem ani- 
mam exhalavit. La famiglia ne conserva ancora a Venezia il ritratto. 
Lo stato di un paese dice del suo governo. Or quale fosse 
lo stato di Sebenico sotto il governo di Venezia nel tempo di 
cui andiamo qui discorrendo, ci attesta nel suo libretto De sita 
Illyriae et civitate Sibenici, datato li 14 agosto 1487, Giorgio Si- 
sgoreo, il nipote del vescovo. Ecco in versione letterale, ma te- 
stuali nella nota, le sue parole al capitolo XVI De stata Sibenici^): 



^) Madreregola di S. Spirito. 

2) Monum. Slav. Merid. Voi. IX pag. 352. 

3) Statuto di Sebenico. Riformazioni, cap.o 268. 

*) Sotto il titolo / Marcello a Sebenico cominciai nel Nuovo Cronista 
di Sebenico, An.o V-VI 1898 pag. 227 una memoria, col cessare di quel mio 
annuario interrotta, ma per la quale raccolsi messe copiosa, favoritimi vari 
e importanti documenti inediti dalla cortesia benevolissima dell' illustre N. 
U. il conte Andrea Marcello, a cui quella memoria è dedicata. 

5) „Quintum supra decimum perficitur lustrum, quo Illustris Veneto- 
rum Senatus Sibenicum habuit, et in eo vexillum erexit volitantis et coronati 
Leonis, anno salutis 1412 quinto Kalendas novembris. Tunc aurea saecula 
redire visa fuerunt ; tunc quasi ex cloaca civitas effecta ; tunc barbarie post- 
posita, latina vigere coepit humanitas; tunc virtutem sugeré, aetatem litera- 
rum alimento pascere, laudabilem rem navare, probitates improbitatibus, 
tamquam aurum scoria purgare prò virili sua omnes contendebant. Et utinam 
illud saeculum in àrgenteum, aereum, et ferreum, ut tradunt poetae, paulatim 
non descenderet hominum malitia. Verum aetate nostra, quid foelicius quàm 
sub Venetorum ditione vitam degere, quorum civitas semper extat libera, 
nunquam tributo mancipata ; semper Christiana, nunquam ydolorum supersti- 
tione foedata; pelagi regina; diviciarum omnium officina; mundi deliciae; 
iustitiam semper fovens et religionem . . ." 



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^Compiono settantacinque anni da che V illustre Senato de' Ve- 
neti ebbe Sebenico e vi alzò il vessillo del volatore e coronato 
Leone l'anno della salute 1412 addì 28 d'ottobre. Parvero allora 
ritornare i secoli d' oro ; allora, quasi da cloaca, fatta città ; al- 
lora, smessa la barbarie, cominciò ad avvivarsi la civiltà latina ; 
tulti allora sforzavansi, quanto era in loro possa, a succhiare la 
virtù, a pascere la vita con l'alimento delle lettere, a dare opera 
a cosa lodevole ed a purgare, come dalla scoria 1' oro, le pro- 
bità dalle improbità. E così volesse il cielo, che quel secolo per 
la malizia degli uomini non decadesse a poco a poco, come di- 
cono i poeti, in argenteo, in bronzeo, in ferreo ! Ma nell' età 
nostra, che di piià felice del condurre la vita sotto la giurisdizione 
de' Veneti, la città de' quali sovrasta sempre libera, mai soggetta 
a tributo ; sempre cristiana, mai insozzata dalla superstizione 
degl' idoli ; regina del mare ; officina di tutte ricchezze ; delizia 

del mondo; fomentatrice sempre di giustizia e di religione? " 

Che se al lettore piacesse meglio una testimonianza proprio del- 
l' anno di questi nostri documenti, egli potrà qui udire, nel dì 
26 maggio 1449, dal vescovo Giorgio Sisgoreo : equissimo il 
governo della Veneta Repubblica e sommo lo studio con cui 
essa ne' popoli suoi procura e mantiene la pace; immensità della 
divina clemenza la larghezza de' benefici onde fu dotata e privi- 
legiata Sebenico sopra i circonvincini ; pur dalle molte per ram- 
mentar poche cose, Sebenico sotto il governo Veneto mirabilmente 
cresciuta in saviezza e discrezione di cittadini, in numero di po- 
polo, in bellezza e decoro di giovani, in abbondanza di ricchezze, 
e, ciò che sopratutto doveva essere ed egli dice eh' era allora il 
più eccellente, salvi gli abitanti e preservati dalla pestilenza. 

Vero è che, pochi mesi dopo e più volte nelT età succes- 
sive, massime dopo le guerre, funestò la città nostra il pestifero 
morbo. E tuttavia molte altre volte essa ebbe a scamparne, od 
allora che più infieriva il desolatore flagello, vi fu minore di 
quanta ne avrebbe potuto essere la strage, mercè le provvidenze 
di un governo, che per le sue instituzioni sanitarie, per le norme 
sanitarie date e osservate, per i dispendi che nella sanità pub- 
blica faceva (72 mila ducati annui) assai più che non ne facesse 
per i pubblici studi (51 mila), venne detto lume al mondo, mo- 
dello di civiltà, salvatore d' Europa ^). Vi era a Sebenico fino al 
1875, che sacrilegamente la si atterrò, e tuttodì innanzi al Duomo 
ne rimangono le macerie, una chiesa votiva a S. Rocco-), eretta 
per la pietà e diligenza del Conte e capitano Alessandro Friuli 
in monumento di gratitudine da' Sebenicesi preservati dalle im- 



1) N. Tommaseo. Il Secondo Esilio. Milano. Sanvito. 1862. Vol.e li, 
pag. 272, 403. 

2) L' altare di S. Rocco e l' iscrizione che vi era sul frontone della 
chiesa sono ora in Duomo. 



I 



30 



mani pesti del 1554, 1649, 1690. Ed oggi ancora sul palazzo 
del Conte, verso V angolo alla Piazza de' Signori, una lapide ri- 
corda Filippo Bragadino, che nel 1553 pietosissimamente prov- 
vide ad espellere il morbo dalla città. 

Le pubbliche sciagure porgevano al Governo occasione a 
nuovi benefizi e cosi ne' governati rinsaldavasi la fede, si riani- 
mava r amore. Né quelle sciagure, né quali fossero in Europa 
avvenimenti politici, o novità religiose, o rivoluzioni sociali, o 
fossero in Venezia stessa le condizioni interne ed esterne, anche 
neir età sua decadente, giammai mutarono gli animi de' Dalmati, 
né verso i Dalmati Io spirito d'un governo, che, come diceva in 
Senato il quart' ultimo de' Dogi, Marco Foscarini, aveva la Dal- 
mazia la primogenita delle provincie, siccome quella che nume- 
rava otto secoli interi di sudditanza, che, dopo la perdita di 
Cipro, di Candia e della Morea, sola s' era veduto distendere i 
suoi confini ed alle cui genti invitte ed a quelle a lei vicine della 
nazione Albanese, era fra tutte toccato 1' onore primo delle bat- 
taglie marittime, delle conquiste e delle vigorose resistenze ^). Né 
mutò mai Sebenico, né mai quello spirito d' amore verace che 
aveva la Repubblica verso Sebenico in particolare, della quale, 
tre secoli prima, nella memoranda ducale de' 23 luglio 1474, un 
altro Doge, Niccolò Marcello, aveva scritto, che tra le città care 
aveva Sebenico carissima, ut qui civitatem isiàm nostrum inter 
caras curissimum habemus, come ben richiedevano la fede di lei 
ed i meriti, e com' egli voleva dimostrarle co' benefizi, che ne 
adempiessero le speranze, a confermamela in quell'opera e in 
quel sentimento ed a farla ancora più certa dell' amore e della 
benignità del Ducale dominio -). Frasi convenzionali non erano 
le sovrane dichiarazioni, né avrebbero bastato a' Sebenicesi del- 
l' epoca Veneta, che, all' occorrenza, sapevano richiamarsi a' patti 
della dedizione giurati ed a' privilegi concessi, come attestano i 
Libri de' nostri Consigli, ed ottenevano ragione, come attestano 
le ducali, che oggi sono alle stampe. 

De' buoni studi e degli uomini chiari fioriti a Sebenico sotto 
i Veneti, basti, per solo il tempo a cui é ristretto il nostro di- 
scorso, — che posteriormente, com' é noto, vi fiorirono ancora 
più, — quest' altro passo del poeta Sisgoreo, che ben risponde 
all' allegato testé e può insieme soccorrere a' miseri appunti of- 
ferti poc' anzi sugli oblatori del Duomo. „Ci furono — scrive 
^g^' ^) — ^ nostra memoria concittadini illustri per erudizione di 



1) N. Tommaseo. Dizionario Estetico. Firenze. Le Monnier. 1867, p. 375. 

2) Rivista Dalmatica. An,o V, fasc.o I. 1909, pag. 33. 

3) „Fuerunt et nostra memoria concives, qui eruditione claruerunt 
Iheologiae, philosophiae, poeticae, oratoriae, iuris pontificii, et juris cesarei, 
quorum ingenia saepius ipsa etiam fuit admirata Italia, quae mater studiorum 
dicitur, et magistra morum". — (Op. cit. Cap.o XIV.) 



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teologia, di filosofia, di poesia, di oratoria, di diritto e pontific'w 
e cesareo, de' cui ingegni spessissimo fu ammirata eziandio Tistessa 
Italia, che detta è madre degli studi e maestra de' costumi". 

E similmente, anche senza frugare nelle antiche carte e solo 
volgendo lo sguardo intorno e per entro alla città, possono dire 
del governo de' Veneti e sono memorie da non disgradare le già 
toccate dei Marcello e di altri reggitori, gli edifizi ancora in piedi 
o non ancora del tutto scomparsi e delle lapidi commemorative 
quelle superstiti tuttavia alle martellate, o intonacate, o disperse, 
distrutte. Dalla dedizione del 1412 alla caduta della Repubblica, 
quasi in altrettanti capitoli di storia cittadina leggibili a tutti, vi 
s' incontra per ogni secolo qualche monumento di pubbliche be- 
nemerenze. Il secolo di cui parliamo vide, come si è detto, il 
Duomo, la Cisterna magna, ed, oggi non più esistenti, 1' arsenale, 
le dieci torri della città, e, non cadutomi ancora di poter qui rammen- 
tare, il primo Fondaco per il popolo e per il contado ^). E giova 
avvertire a proposito del Duomo, com' esso, a pur considerarlo 
quale espressione dell' arte edilizia Veneta, col suo stile e con 
le sue sculture irradiava per ogni dove la città, variamente se- 
condo la diversità de' tempi e le particolarità de' luoghi, vero 
edifizio modello, dalla Loggia Grande erettagli a fianco a quella 
Cà d' Oro in minuto eh' è il palazzo Foscolo, oggi S. Lorenzo, 
dove r Orsini scolpiva uno de' davanzali ; dalla scalea di S. Gio- 
vanni e dal finestrone di quella sagrestia, alla balaustrata ed al 
pulpito nella sala di Valverde; da' rosoni di S. Spirito deturpati, 
a quelli sì eleganti di S. Croce, che invocano d' essere sfasciati 
dalle terre cotte e di tornare a giorno ; dal portone di S. Do- 
menico a cui, piuttosto che carcere, è patibolo il sito dove fu 
relegato e costretto, al portone di contro la casa dove abitò e 
morì r Orsini, e così, ad ogni tratto, altri portoni sciaguratamente 
imbiancati e taluno inverniciato, e motivi architettonici della Cat- 
tedrale in finestre, in pogginoli, in corone di cisterne, in capitelli 
di bastoni nobiliari, in armi gentilizie e qua e là, adoperati per 
materiale di fabbrica, in avanzi di ornamentazioni. 

Nel secolo XVI, opera Veneta abbiamo la Loggia Grande, 
dove si rendeva ragione e la cosa pubblica si amministrava, non 
senz'alto significato a fronte del Duomo e tra 1' una e l'altro la 
Piazza ; facile a intendere da ognuno, che Religione e Giustizia 



1) Fu proposto in un memoriale delli 9 gennaio 1486 presentato a 
Venezia dagl' inviati dell' università de' popolari di Sebenico, e addì 16 feb- 
braio 1490 lo s' incontra menzionato in atti del notaio Martino Campellis de 
Gaivanis come già esistente. Doveva essere sempre provvisto di farine, af- 
finchè non mancasse mai il pane; epperó lo si diceva Fontego delle farine; 
era situato alla riva del mare ed aveva di faccia un pontile. Del memoriale, 
memorabile documento inedito, rinvenni copia nel!' archivio di Valverde 
(Fasc.o F N.o 26), e 1' ho in pronto per la stampa. 



41 



si volevano delia civiltà fondamento primo, custodia sicura, gloria 
sovrana. Incultó, rupestre luogo dapprima, come leggesi in alto 
a grandi lettere lunghesso il frontone, Alvise Venier alzò nel 1534 
la Loggia, decoro dell' Illirico e della Dalmazia, e rimasta a lungo 
imperfetta (otto anni sembrarono lunghi : tanto essa premeva), 
la compì nel 1542 Francesco Diedo per la singolare sua bene- 
volenza verso i Sebenicesi. Sobria ed affettuosa V iscrizione al 
Diedo, è troppo, a dir vero, iperbolica quella al Venier ; ad ogni 
modo si corrispondono entrambi nell' attestare il pregio in che 
avevansi 1' opera e que' magistrati e quanto riconoscenti ne fos- 
sero i cittadini. Anche senza scritta veruna, il monumento di per 
sé solo mostravasi degno del grande suo ufficio, degno mostra- 
vasi di Venezia, dove il foro, a giudizio del Tommaseo, era il 
primo d' Italia per sapere, per senno, per eloquenza ^). Che poi 
il concetto della civile magistratura non rendessero solo gli edi- 
fizi con la sontuosità e 1' eleganza esteriori, ma ne fossero com- 
presi quelli che dentro lo dovevano attuare, sarà caso, ma è in- 
dice bello, e mi piace avvertire, successore immediato del Diedo, 
Francesco Coppo, di cui leggesi il nome sulla facciata di due 
storiche chiese in iscrizioni non saprei se piìi mirabili per bre- 
viloquenza per la loro concordanza: in entrambi, non altra 
lode che : rettore ottimo ed in S. Barbara : Grata Civitas Posuit ; 
in S. Giovanni: A Deo Missus. Ma più bella ancora — il Tom- 
maseo la dice „nella modestia sublime" — V iscrizione, che con 
la coscienza del dovere adempiuto poteva scolpire a sé mede- 
simo nel 1531 Bernardo Balbi sulla parete interna del Duomo 
sopra la porta maggiore e concepita in questi unici termini : ret- 
tore di Sebenico, ringrazia Iddio se cosa alcuna fece egli degna 
di lode nel suo magistrato. Sotto questa iscrizione, istoriandosi 
così di caratteri cubitali quant' é larga la parete, un' altra scol- 
pirono nel 1545 i Sebenicesi ad Andrea Duodo per la singolare 
tutela dell'Adriatico e per 1' intero governo della sua città : «do- 
cumento, dice 11 Tommaseo, de' benefizi da Venezia renduti alla 
libertà de' mari e alla civiltà de' suoi stessi nemici" ^). Di questo 
tempo, alle foci del porto, sulla penisoletta, già abbazia Benedet- 
tina, sorse la fortezza di S. Niccolò, proposta a Venezia venti 
anni prima dal Consiglio de' nobili Sebenicesi ^) e seguentemente 
raccomandata da' rettori Bernardo Tagliapietra, Gian Alvise Venier 
e dal capitano delle armi da terra, Malatesta Baglioni ; ideata dal 
grande architetto Michele Sanmichele di Verona e dalle fonda- 
menta opera del nipote di lui Giangirolamo Sanmichele nel 1543, 



1) // Secondo Esilio. e. v. cit. pag. 273. 

2) la Cattedrale di Sebenico, osservazioni. O. e. pag. 59. 

») Ducale di Antonio Grimani 27 aprile 1523, cap.o 15 in Diarii di Ma- 
rino Sanuto XXXIV 66-67 e Libro Rosso, carte 252 verso. 

6 



42 



essendo preside di Sebenico Francesco Coppo e primo prefetto 
del castello Orsato Manolesso, compiuta della magnifica porta 
con lo storico leone torreggiantevi sopra, e nel 1545 compiuta 
dell'atrio, dov'è scolpito questo millesimo sotto gli stemmi del 
doge Pietro Landò nel mezzo ed, a' lati, di Gian Alvise Venier, 
conte e capitano, e di Gasparo Moro, castellano ; opera, che 
nella vita di Michele Sanmichele il Vasari dice maravigliosa ^). 

Il secolo XVII ci presenta eretto, nel primo anno, a como- 
dità della cosa pubblica, da Cristoforo Canal pretore — così 
leggesi sulla facciata appiè del leone sormontato da S. Michele 
— un nuovo Fondaco, già concesso quattr' anni innanzi -), ol- 
trecchè per le biade com' era il primo, per legumi, per olio, ed 
in genere per tutte le grasce onde bisognassero gli abitanti 
della città e del territorio, e, nell' anno decimoterzo, in S. Cate- 
rina, soppresso convento delle popolane, sotto 1' arme del conte 
e capitano Girolamo Lipoman, la lapide a lui benefattore e ri- 
stauratore ottimo. Secolo di guerra, travaglioso quanto glorioso 
il decimosettimo, vide esso, nel 39, annuente Alvise Friuli, pre- 
side della Provincia, e curante Vincenzo Emo, pretore vigilan- 
tissimo, eretta propugnacolo contro i nemici una delle torri del 
Castello ; nel 46, costruita la Porta Terraferma, le mura accre- 
sciute di bastioni e pomerii e da ogni parte validamente riparate 
a spese gratuite del Comune e per T esimia cura di Alvise Ma- 
lipiero, provveditore della città e de' confini "^) ; dopo il 47, 
r anno della celebre disfatta de' Turchi assedianti Sebenico, posta 
sulla Piazza nel 48 per decreto de' cittadini e del popolo una 



1) Non però nel 1545 compiuta del tutto, a quanto scriveva li 26 maggio 
del 47 Gian Alvise Venier e si potrebbe arguire dàlia denominazione, che 
in documento 4 agosto del 56, si dà a M.o Francesco Dismanis di protho 
fabbricae fortuita SJ Nicolai de Sibenico. Ma indubbiamante nel 1557 era e 
del tutto compiuta, perchè nella sua relazione del 1 luglio di quell'anno, il ret- 
tore di Sebenico Giovanni de Garzoni, lodandone 1' eccellenza siccome bella 
ed inespugnabile e soggiungendo non mancarle altro se non d' essere fornita 
d'ogni sorta di munizioni, enumera le poche munizioni che aveva allora. — 
Quanto al Dismanis testé menzionato, egli fin dalli 22 ottobre 1540 è detto 
lapicida protho fabricae in pancia SJ Nicolai huius portus Sibenici ; dunque 
operante sotto Giangirolamo Sanmichele. Era di Sebenico, figlio di M.o 
Zuanne, anch' egli lapicida, ed entrambi lavorarono insieme nella fabbrica 
della chiesa di Valverde. Morirono M.o Zuanne addì 5 decembre 1530 e 
M.o Francesco addi 5 giugno 1570. 

2) Con la ducale 30 giugno 1597. V. nel N. Cronista di Sebenico, An. 
V-VI cit. / Capitoli del Fondaco, pag, 297. 

3) Non si sa dove l' iscrizione andasse a finire. Nella mia adolescenza, 
era a suo luogo, sormontata dal gigantesco Leone, uno de' più belli che si 
conoscano, ora sulla porta del Fondaco alla piazzetta del Duomo, fattovelo 



43 



statua marmorea a Leonardo Foscolo, il grande eroe di queir as- 
sedio, come lo appella la lapide sulla torre di S. Giovanni dove, 
tolto a Dernis, da lui seguentemente occupata, è V orologio che 
egli donava alla nostra città, donatore del suo palazzo a' Frati 
minori sottratti a Vissovaz dal giogo ottomano ed ivi collocati, 
come leggesi sotto il suo ritratto nel monastero di S. Lorenzo ; 
nel 49, ristaurata e aggrandita dal provveditore Barbo Pesaro, la 
fortezza di S, Giovanni in Monte già tutta conquassata da' colpi 
dell' artiglieria nemica, ed un decennio dopo, neir anno quindice- 
simo della guerra, reso più ampio e sicuro il forte Barone dalla 
sedulità di Antonio Bernardo, altro prestantissimo provveditore. 
De' benefizi ricevuti da' reggitori Veneti in tempi di guerra e 
di pace non erano immemori e sconoscenti i Sebenicesi d'allora, 
né volevano che fossero i posteri ; onde in questo istesso secolo, 
per gratitudine a Giampaolo Foscarini, tre volte rettore e bene- 
merito della città per averla guardata dalle insidie nemiche e dal 
morbo che affliggeva il contado, diedero diritto di cittadinanza 
a' figli di lui Agostino e Francesco, e furono decretate altre statue 
sulla Piazza de' Signori; nel 53, a Lorenzo Dolfin e, nel 81, a 
Girolamo Cornaro, ambidue provveditori' generali ^). 

Memorie del secolo XVIII vediamo 1' edifizio della Sanità, 
provvidamente costruito nel 1733 dalla vigilanza di Francesco 
Antonio Paruta pretore, ed aggirandoci per le vie urbane, fin dal 
cinquecento cominciate a riattare, — come, sotto Alvise Venier, 
quella d'Ognissanti, dura selce una volta, e, sotto Antonio Pesaro 
nel 1593, quella da Rialto a S. Francesco — di tre leggiamo, che 
su per r erta un solo pretore, Giovanni Bragadin nel 1792 e 93, 
una già discoscesa edificava e, sotto gli auspici di lui, una fa- 
cevasi nuova ed una, già precipua e dall' ingiuria de' tempi ro- 
vinata, veniva in più nobile forma restituita, a civiche spese 



trasportare, essendo podestà il dott. Luigi Frati, dalla Porta di Terraferma, 
che demolivasi. Il Leone posa la zampa sul libro aperto dove sta scritto : 
Oaudeo Nimium Edilitate Civium Virilitate Militum Recte Merentium. 

^) Certo è, che sulla Piazza de' Signori sorgevano statue e che, igno- 
rasi per quali motivi, alla fine del secolo XVII non e' erano più. N' è prova 
il documento che riferisco qui integralmente, conservato tra le carte della 
mia famiglia. È una concessione presentata li 2 aprile 1695 dal canonico 
Agostino Petrassi in nome della fabbriceria del Duomo al Conte e capitano 
di Sebenico. — „111.^0 Sig/ Sig/^ O.^o, Sopra V instanze portatemi da Pro- 
curatori di cotesta Cattredale, concoro a conceder, che nei bisogni detta Chiesa 
siano impiegate le pietre che servivano di base alle Statue abbaiate in cotesta 
Piaza. Farà perciò che anco quei privati, che s' havessero appropriate le me- 
deme V esebiscano a Procuratori, acciò in opera così pia, e religiosa restino 
adoperate, e Le buccio le mani. Spalato li 30 marzo 1695. — Daniel Dolfin 
4.0 kav. Proveditor generale'*. 



44 



queste due ultime, e soprintendenti a tutte e tre i;gentiluomini 
Niccolò Mistura e Giuseppe Semonich '), e sappiamo, che sotto 
r ultimo rettore Gianfrancesco Corner, fu prima in Dalmazia Se- 
benico ad avere nelle vie della città illuminazione notturna ^). 
Rispettavansi allora i diritti della notte, ed a' rari passanti basta- 
vano i lumicini qua e là de' devoti tabernacoletti, mentre, dì 
di giorno, questi, che ve ne sono di tutti i tempi, e chiese ad 
ogni tratto, quale più quale meno, ognuna fuori e dentro con 
qualche bellezza artistica, con: qualche patrio ricordo, e, su antichi 
portoni, lunette storiate e motti d^ religiosa e civile moralità sol- 
levavano il pensiero, educavano il sentimento degli abitanti e 
concorrevano ad ingenerare ne' forestieri un' idea non misera di 
ciò eh' era in bontà e gentilezza 1' umile cittadetta ^). Di quanto 
è Veneto a Sebenico, tutto parla di civiltà benefattrice. 

Ma nulla fosse tutto ciò, basterà — ed a' giorni nostri, ove 
pur un poco valesse, sarebbe benemerenza suprema — che vive 
erano con Venezia, né giammai in così lungo volgere di tempi 
vennero meno un istante, la coscienza cittadina, la coscienza 
Dalmatica, al presente io non vo' dire quanto scadute, ma tacere 
non posso che nella città dell' Arcangelo è spento fin il ricordo 
se v'avesse ella un cittadino vessillo^), e che, nazione allora la 



1) Meno l'iscrizióne al Duomo, tutte le altre in questo trattò rammen- 
tate e quasi sempre traducendone qualche vei'so, il lettore potrà a suo bel- 
r agio vedere nel II voi. del Re d'Armi del dott. F. A. Galvani. 

*) Verso il 1820, Niccolò Tommaseo, allora studente diciottenne, re- 
candosi per acqua in corriera da Venezia a Padova, incontrò fra i passeg- 
gieri il Corner vecchio. „Egli — scrive il Tommaseo — si compiaceva nel 
rammentare che sotto il suo reggimento per primo fossero illuminate la 
notte le strade della città ; cosa che in altre città più illustri non è seguita, 
io credo, che poi". // Secondo Esilio. O. e Voi. cit. pag. 261. 

3) De' motti esistenti ancora su edifizi in città, raccolsi una trentina 
circa nel N. Cronista di Sebenico, An.o IV, pag. 67 e An.o V— VI, pag. 174. 
Ve ne hanno di bellissimi, p. es. Tuta Est, ed in mezzo il monogramma di 
Cristo ; Dominus Regit Me ; Recte Faciendo Neminem Timeas ; Dulcior Est 
Fructus Post Multa Pericula Ductus. 1628 ; sulla casa de' Veranzio : Morituro 
Satis. Qui ne soggiungo altri tre : uno edito imperfetto : Nihil Dulcius Quam 
Bene Impensi Temporis Memoria, e questi due posteriormente rilevati : su 
d'una porta in contrada S. Francesco: Dominus Custodiat Introitum EtExi- 
tum Tuum, e sul portone d' altra casa, ora Inchiostri, in calle dietro il teatro : 
A Proditoribus Libera Nos Domine, 

4) Lo aveva come ogni altra città della Dalmazia e trionfalmente 
sventolava: drappo bianco ed in mezzjO San Michele con Satana sconfitto 
a* suoi piedi, per l'appunto come nella Tavola I del Re d'Armi di SebeniQO 
del dott. F. A. Galvani. Del colore del .drappo mi assicurarono vecchi c|a 
me consultati anni sono, e della tradizione, è conferma quest'arme, chclia 
il campo d'argento. ..... 



à 



45 



Dalmazia, anzi a' Veneti e a sé la Nazione senz' altro, oggi ì 
Dalmati non sono più Dalmati. Sotto l'ali del leone di S. Marco, 
non era municipalismo gretto il sentimento cittadino in Sebenico, 
che aveva rinomanza di città ospitaliera e cordiale ed ha un Duomo 
di così ampio e sublime concetto, né, che si sappia, o ne si abbia 
comunque sentore, mai in veruna età Veneta il sentimento nazio- 
nale in Dalmazia fu odio di razza e di religione, guerra fraterna, 
snaturamento della patria, esterminio dalla vita pubblica di una 
civiltà a tutto il mondo in onore. Marittima e montana, tra Oc- 
cidente ed Oriente, la Dalmazia attraeva e contemperava in sé e, 
per quanto assentivano le condizioni sue e de' tempi, effondeva 
gli spiriti di due nazioni, vaso eletto di civiltà, spirito unico e 
originale, nazione piccola sì, ma una e d' impronta sua propria. 
La sua storia, scrive N. Tommaseo, „é tutta storia di concilia- 
zione tra Italia e Slavia, tra Oriente e Occidente, tra le forze del 
braccio e le forze dell' ingegno, tra la gagliardia del resistere e 
la virtù dell' amare". Ed ivi stesso: „È un sogno la potenza 
politica della Dalmazia ... Il ministero di lei nella sua pic- 
colezza, é tutto intellettuale e morale" ^). Venezia conservò la 
Dalmazia alla sua vocazione ; la indirizzò, la resse, V addestrò 
nella via segnatale dalla Provvidenza; la fece degna di correrla; 
con Venezia, nel combattere contro il Turco, gloriosa ella di 
combattere e vincere per la Cristianità e così salvare ed assicu- 
rare l'incivilimento all' Europa ed agevolare a sé per nuovi tempi 
il ministero suo spirituale. 

Nel Duomo di Sebenico, S, Marco tiene il posto che gli si 
addice : verità storica, non ostentazione partigianesca ; memoria 
di gratitudine, non adulazione servile ; ispirazione religiosa, non 
pagana apoteosi politica. Mi cadde di accennare sparsamente fin 
qui che, idea del Duomo, anima della sua struttura, voce da ogni 
sua parte é Cristo trionfatore; acclamato, nell'ambito esterno, 
trionfatore sulle nazioni e sulle passioni e da tutti gli spiriti; alle 
due porte, trionfatore nella storia universale e nella legge uni- 
versale ; da entro, trionfatore ineffabile nella grazia e — occorre 
soggiungere adesso — trionfatore, da sopra, nella gloria di quella 
città di cui é angolare fondamento e celsitudine empirea la croce. 
Imperocché la beata citta é figurata dalla cupola, che slanciasi 
in alto di là dove la nave mediana, nave superiore, nell' interse- 
zione sua con la trasversale forma la croce latina ond' é il tempio 
soprallevato e segnato. Or vuoisi osservare, che alle quattro 
estremità di essa croce, in vetta all' arco corrispondente, ergesi 
su d' ognuna una statua : da capo, S. Giacomo, il titolare ; a 
piedi, sulla sommità della facciata principale, la Vergine Assunta ^) ; 



*) La questione Dalmatica ecc. Zara. Battàra, 1861, pag. 32. 
2) C è il piedestallo, ma la statua manca ; rimesso forse a miglior 
tempo il farla e collocarvela. Ne favello come se la ci fosse in cospetto. 



46 



alle due braccia, dall' una, in prospetto della Loggia grande, 
S. Michele, gonfalone della città, dall' altra, in prospetto del 
mare, S. Marco che tiene il vangelo ed ha sotto di sé, sulla 
base dell' arco, portate ne' lembi accartocciati della cornice, a 
destra, una figura in ampio paludamento, genuflessa, in atto d'in- 
vocarlo, ed, a manca, una donna in piedi, con gli occhi al cielo, 
con un libro in mano ; complemento entrambi dell' idea signi- 
cata dal santo della Repubblica. E questo è il solo de' quattro 
archi così contraddistinto. Ma di ciò non è da cercare la ragione 
finché non sia certo chi propriamente raffigurino quelle due statue 
minori ^). Comunque, gli é manifesto quanto importasse, quale 



al pari delle tre altre sugli archi loro ; che da esse si fa evidente d' un 
tratto la sua presenza. Gli è così delle quattro nicchie vuote alla porta 
maggiore: scorto Cristo con gli Apostoli e con Mosè, non si tarda a scor- 
gervi dentro gli Evangelisti. Lì dunque suH' acroterio del frontispizio princi- 
pale, la statua non può essere che della Madonna. La richiede il concetto 
fondamentale del Duomo ; monco altrimenti, anzi inesprimibile senza la 
Vergine Madre «termine fisso d'eternò consiglio"; svisato e travolto se altri 
la sostituisca, e rotto il poema sacro dell'architettura del tempio. Spiegato 
il trionfo di Cristo in tutte le parti di quello, dove ne' limiti dell'arte era 
possibile e conveniente rappresentarlo, né in alcuna apparendo Maria, resta 
che riservata è a lei sola quell'eminenza. Di lì, ed Assunta, ella, Eva mi- 
gliore, funge nella storia la madre della chiesa universa ; di lì, librata a volo 
sulla maestà della legge, è ancella del Signore e nella plenitudine della 
grazia ; di lì, a piedi della croce ed esaltata con essa, splende ed il pen- 
siero nostro la segue dal Calvario all'Empireo. V'è poi una ragione storica 
particolare, da non si poter negligere, che la vuole regina e patrona sul 
Duomo di Sebenico : l'antichissima devozione della città, e dal 1450 erede 
e custode il Duomo della miracolosa immagine, già venerata a Castello. 
(Ducale Foscari 31 ottobre 1450 cap.o 8.o in Rivista Dalmatica An.o JV, 
fasc.o II. 1908, pag. 188). La Madonna ha da apparire dalla sua cima sul 
Duomo l'Eletta dell'universo, e tale significandola del pari l'Assunta e la 
Concezione, potrebbesi esitar nella scelta. Se non che, con la statua della 
Concezione sulla navata mediana, cioè a piedi della croce in cui sopralle- 
vasi il tempio, andrebbe smarrito il concetto, che testé accennavo datoci 
dall' Assunta, e, figura devotamente in sé raccolta, non potrebbe la Con- 
cezione, come per l' effetto artistico e per ragione ideale richiederebbesi, 
eccellere nello slancio e nell'attitudine in confronto dell'Arcangelo debella- 
tore di Satana; a che invece la figura dell'Assunta presterebbesi mirabil- 
mente. Vi fu tempo, che sul piedestallo vuoto taluno pensò collocare la 
statua di Bonifacio Vili in riconoscente memoria dell' aver egli inalzato Se- 
benico a sede vescovile e decoratala del titolo di città. Tempo può venire 
di chi sa quali altri propositi. Vogliano i miei concittadini, se a qualcuno 
cadrà sott' occhio questa nota, rammentare che lì ci va la Madonna : no 
verun altro mai. 

2) Le si dovrebbero studiare da più vicino. Con la fotografia — ne 



47 



altezza avesse toccato e come rifulgesse e rifulga, nel mistico 
concetto della cupola sopra la croce, il concetto religioso e ci- 
vile, che, mutuamente illustrandosi, rendono dal loro posto Sebe- 
nico con V Arcangelo, Venezia con l' Evangelista, 1' uno nella 
gloria della guerra, 1' altro nella gloria della pace. Si fanno essi 
riscontro e così splendidamente, come, sugli altri due capi della 
croce, la chiesa cittadina simboleggiata in S. Giacomo e la chiesa 
universale simboleggiata nella Madre de* fedeli. Tutti poi insieme 
i quattro celesti personaggi, e prima di tutti Maria dal luogo più 
cospicuo, nell'istante più eccelso della sua vita, creatura umana 
r unica assunta, figurano e valgono, nel trionfo di Cristo sul pin- 
nacolo del nostro Duomo, fidi patroni degr infelici di quaggiù ed 
intercessori perpetui della città superna. 

Piccolo, ma all' idea che lo informa, all'armonia che lo 
governa, alla benedizione che diffonde, tempio è davvero questo 
nostro „che solo amore e luce ha per confine". Puramente e 
piamente, caste pieque, come sta scritto alla porta de' Leoni sulla 
lapide commemorativa, lo consacrò il dì 28 aprile 1555, vescovo 
ottimo, Giovanni Lucio Stafileo, ministrante diligentemente la città 
Filippo Bragadino. Era la domenica seconda dopo la Pasqua di 
Resurrezione e il giorno terzo dopo la festa di S. Marco, scorsi 
cento e ventiquattro anni da che il Massegna aveva incominciata 
la fabbrica, cento e dodici da che sotto la pergamena degli an- 
geli leggevasi il nome dell'Orsini e cento e sei dalla gara trai 
nobili e H clero attestata da' documenti che seguono. Da' quali, 
ecco in succinto ciò che si ricava del fatto, durato aperto, breve 
episodio, poco più di quattro mesi. 

Addì 2 marzo 1449, iF Consiglio generale de' nobili di Se- 
benico, intervenuti 74 col Conte e capitano, aveva, dopo votata 
analoga proposta, eletto dal proprio gremio una commissione di 
nove con facoltà, per tutto il mese, di discutere tra loro quale 
siasi provvedimento avessero ritenuto utile e conveniente a pro- 
seguire la fabbrica della Cattedrale, e di accogliere inoltre, nella 
quindicina prossima, ciò che altro in proposito avesse qualunque 
di detti nobili presentato loro a voce o per iscritto. Su' pareri di- 
battuti tra loro ed avuti dagli altri dovevano poi, entro il marzo 
stesso, presentare al Consiglio le opinioni e le proposte proprie, 
le quali, se la maggioranza avesse approvate, sarebbero rimaste 
confermate e prese. si provvedeva a continuare la fabbrica, 
o, non continuandola, massimo era il danno di quanto erasi fatto 
e la sarebbe ita in rovina ; infamia questa presso gli uomini ; 
ingratitudine a Dio de' benefizi ricevuti; provocazione dell' ira di 
Dio contro sé e contro i figliuoli. Così era motivata la proposta 
di eleggere la commissione. 



feci fare alcune provie — non si riesce a ritrarle nettamente; malagevole il 
sito per collocare la niacchina. 



48 



La terza domenica dopo eletti, cioè addi 23, i nove della 
commissione presentarono al Consiglio, che l'approvò, una pro- 
posta del seguente tenore. La fabbrica è in grande necessità di 
danaro ; bisogna lo si provveda e si perseveri in quella sino alla 
fine : lodevole cosa e salutifera, quanto il desistere sarebbe po- 
chezza d' animo e ingratitudine verso Dio, e tutti devono con- 
correre in aiuto, che madre di tutte le chiese della diocesi è la 
Cattedrale ed in essa principalmente si amministrano a tutti i 
sacramenti. Riscosse che siano le tasse per la Cisterna Magna 
giusta il censimento fatto già delle persone e compiuta essa 
opera, il residuo di quelle vada nella spesa de' manovali per le 
torri da erigersi intorno alla città, e se non bastassero all' uopo 
i danari residuari, si paghi quella spesa in sei rate, e d'allora 
in poi, rettificato il censimento, perchè, a quanto dicesi, altri 
sono gravati troppo ed altri meno del dovuto ; esentati i preti, 
che con onere maggiore sono gravati altrimenti, e soddisfatta la 
condizione de' soldi 6 per i poveri, le altre tasse, anche de' vil- 
lici, vengano per 9 anni una volta all'anno riscosse in settembre 
il giorno di S. Michele ed aumentate con questo ragguaglio, cioè, 
che i paganti da 3 lire paghino per 1 ducato, quelli da lire 2 e 
soldi 5 per lire 4, quelli da lire 1 e soldi 12 per lire 3 e quelli 
da soldi 24 per lire 2, restando immutate le altre tasse di lire 16 
e soldi 10. I danari così raccolti devolvansi alla fabbrica e ne sia 
demandata l'esazione a' procuratori di quella. Accettata tale pro- 
posta, s' intendano nulle da quel momento e revocate tutte le pro- 
missioni annue de' cittadini e le si cancellino dal libro della fab- 
briceria. E tutto ciò abbia effetto in tanto, in quanto il vescovo 
col clero contribuisca alla fabbrica ogni anno 100 ducati per i 
detti 9 anni ; altrimenti no. E, ad ogni richiesta del Comune, la 
fabbriceria sia obbligata alle spese per gli oratori da mandarsi 
alla Santa Sede ed al Ducale dominio per impetrare sovvenzioni 
a quest' uopo. 

La settimana seguente a tale atto, domenica 30 marzo, il 
medesimo Consiglio v'aggiunse, che il vescovo col clero avesse a 
rispondergli e deliberare in argomento fino a tutto il maggio pros- 
simo, scorso il quale, fosse qualunque la risposta sua e la deli- 
berazione, siano nulle, né abbiano più valore le promesse delle 
annuali oblazioni de' cittadini. 

Non tardò a rispondere il vescovo, presentatosi col Capi- 
tolo al Conte e Capitano sei giorni prima dello spirare del ter- 
mine, che gli era stato prefisso. Incominciò col ringraziare il Con- 
siglio dell' intenzione santissima e che, ad esempio de' predeces- 
sori, studiosissimo fosse sempre del vantaggio della Cattedrale. 
Ma in tutto ci vuole modo e misura. La deliberazione presa 
sembra deficiente del principale. Dessa è contro Dio, che non 
vuole servigi sforzati ; contro la salute delle anime, perchè da 



i 



49 



violenti riscossioni di simil genere insorgono ire, odi con innu- 
merabiii loro ree sequele e si perturba la pace pubblica tanto 
curata dal governo Veneto, e contro il diritto ecclesiastico, perchè 
non altri che il Papa ed il vescovo può assolvere da promessa, 
né, senza V assenso del vescovo, si possono imporre tasse agli 
ecclesiastici. A lui incombe per ufficio procurare sopratutto l'onore 
di Dio ; guardare, non pur dal peccato, ma dall' occasione di 
quello il gregge affidatogli quando, sotto forma di santità, introdur 
vi si possa a farne strazio lo spirito malo, cui perciò è da op- 
porsi fin dal principio, e tutelare con ogni possa le immunità 
ecclesiastiche. Ond' è che, con matura ed unanime deliberazione 
del suo Capitolo, giudicò non dover affatto accettare il modo 
della provvisione presa dal Consiglio. Tuttavia, per far tacere i 
dettratori e perchè ninno sospettar possa movente della negativa 
la cupidigia o V avarizia e che non si voglia porgere mano a 
soccorrere ne' debiti ed onesti modi la fabbrica, tre onestissimi 
ne propone egli adesso. — Primo : Ognuno contribuisca alla pia 
opera come per ispirazione divina avrà destinato in suo cuore, 
— Secondo : Norma della tassa sia tanto per cento, come usa 
nelle giustissime sue riscossioni il Ducale dominio ; quell'importo 
lo determini il Consiglio come meglio gli sembri ; subito allora 
offresi il vescovo di tassare sé ed il clero nella sostanza e ne- 
gl' introiti propri il doppio di quello che il Consiglio avrà tassato 
a sé stesso. — Terzo : Si rilevi la dotazione della chiesa sin da 
quando nel 1298 la s' intitolò cattedrale e fu vescovile : forse, 
senz' aggravio di particolari, potrà essa del proprio sufficiente- 
mente e largamente soccorrere la fabbrica. Così proposto a' no- 
bili, li ammoniva e scongiurava perché in uno di que' tre modi 
od in diverso o simile, che il Consiglio avesse trovato più de- 
coroso e conveniente, tutti del pari si convenisse nel ridare alla 
fabbrica incremento continuo a lode di Dio, ad onore del Ducale 
dominio, a profitto delle anime ed a far celebre Sebenico do- 
vunque nel mondo. L' invidia de' vicini non avrà allora onde 
mordere insipienti che incominciarono e non poterono terminare. 
E dopo rammemorato di quanta larghezza di benefici in confronto 
de' circonvincini li avesse dotati la divina clemenza, pur a con- 
siderar la prosperità di Sebenico sotto Venezia, mercé principal- 
mente la Madre di Dio e, dopo lei, di S. Giacomo a cui il tem- 
pio è dedicato, concludeva avvertendo che, maggiori i doni, è 
maggiore la ragione da doversi renderne. 

Due mesi poscia, addì 27 luglio, festa di S. Giacomo, il 
Consiglio generale, in numero di 65 col Conte e capitano, deli- 
berò, che, giusta il contenuto nella parte presa li 30 marzo, le 
annue promissioni de' nobili per la fabbrica della Cattedrale fos- 
sero nulle. E siccome dicevasi altri averle fatte intendendo che 
tenessero e rimanessero ferme se, e non altrimenti, anche il clero 



50 



avesse contribuito nella sovvenzione, ed altri invece avere pro- 
messo liberamente, senza condizione veruna ; così si dovessero 
i promettitori mettere a giuramento. Chi giurerà di avere data 
la sua promessa a condizione, ne sia sciolto, e chi giurerà di 
averla data libera ed incondizionata, ne rimanga obbligato, im- 
perocché, una volta fatta a Dio un' offerta, la non dev' essere 
disdetta, né revocata. 

Ma, senza più, seguono per esteso i documenti. Chi vorrà 
leggerli avendo presente con quali emuli e quando e per quale 
opera avvenisse le gara che testificano, li scorgerà — mi giova 
credere — non immeritevoli d' essere prodotti in pubblico, se 
anche debba dolere che non sortissero altro introduttore ed an- 
notatore e vedessero la luce in età troppo diversa da quella che 
vide sorgere un tempio, com' é il nostro, mirabile per V arte, 
divino per V idea. 



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51 



DOCUMENTI 



I. 
Elezione di nove nobili. 

Die Dominico, secundo mensis Marci] M.CCCC.XLVIIIL 
Convocato et congregato Generali Consilio Nobilium civium 
Sibenici in sala inferiori palati] Comitatus Sibenici more solito, de 
comissione Magnifici et Generosi Viri Domini Christophori Mar- 
cello prò Ill.mo Ducali Dominio Venetiarum et honorabilis Co- 
mitis et Capitanei civitatis Sibenici, in quo quidem Consilio 
computato ipso Magnifico Domino Comite et Capitaneo Sibenici 
interfuerunt nobiles LXXIIII. In ipso Consilio capta fuit pars te- 
noris infrascripti, videlicet : 

Cum omnibus manifestum sit, quod fabbrica ecclesiae Sancti 
Jacobi de Sibenico omnino' egeat provisione ut possit ulterius 
procedi ad ipsam fabricam, aliter rìecesse erit eam distruere cum 
maximo detrimento operis iam facti, quod nisi perficiatur ibit in 
ruinam, et cum maxima infamia hujus Comunitatis, quoniam di- 
cetur et predicabitur per omnes regiones de pusilanimitate nostra 
eo quod defecerimus a tam preclaro opere, et ne simus ingrati 
de beneficiis a Deo receptis, et provocemus eius iram adversus 
nos filiosque nostros, et ne apud mortales infamiam accipiamus 
quod destituerimus dictam fabricam ; ibit pars quod in isto Con- 
silio fiat scruptinium prò eligendo novem nobiles hujus Consilii, 
et debeant ballotari illi qui eligentur in dicto scruptinio, et illi 
novem nobiles qui remanebunt electi, et balotati ili qui habebunt 
plures balotas ceteris, habeant plenissimam libertatem per totum 
mensem Marti] presentis disputare inter se omnes et singulas 
provisiones que videbuntur sibi fore utiles et honeste prò dieta 
fabrica prosequenda, et insuper audire et acceptare debeant in 
scriptis omnes et singulas provisiones, quas unusquisque No- 
bilis hujus Consiili super fabrica predicta dabit et presentabit 
ipsis novem Nobilibus electis, infra terminum XV dierum proxime 
futurorum, quibus provisionibus disputatis, auditis et acceptatis 
ut dictum est supra, predicti novem nobiles electi, infra presen- 
tem mensem Marcij ducere debeant suas oppiniones provisiones 
et partes ad Consilium Generale predictum, et balotatis ipsis 



52 



partibus et provisionibus, ille que approbate fuerint per maiorem 
partem ipsius Consilii, remaneant firme et capte. Et facto scrup- 
tinio in predicto Consilio prò eligendo supra scriptos novem 
nobiles et balotati omnes illi qui fuerunt nominati in scruptinio, 
remanserunt electi nobiles infrascripti, videlicet, ser Jacobus Nap- 
lavich, ser Johannes Tobolovich, ser Ambrosius Michetich, ser 
Dobroius Johannis, ser Stephanus Draganich, ser Raphael Dra- 
goevich, ser Simon Lubich, ser Thomasius de Mirsa, ser Johannes 
Mlednich ^). Qui novem nobiles electi acceptaverunt electionem 
suam et officium eis impositum. 



1) Tutti e nove, salvo due, s'incontrano addi 29 decembre 1444 nel- 
r elenco di que' trentasei oblatori nobili, de' quali ho fatto cenno dianzi nella 
prefazione a' documenti. I due, che là mancano, sono Giovanni Toboleo ed 
Ambrogio Micateo, del quale ultimo però vi figura il padre, Radoslao. Del 
resto, ragguardevolissimi entrambi e, di frequente, entrambi a lor volta, tra 
i giudici della Corte Maggiore ed in altre cariche cittadine ; come pure pro- 
curatori del Duomo ed, insieme, nel 1452, operari nel tempo della fabbrica. 

Ambrogio di Radoslao Micateo era dottore delle arti e delle leggi ; 
sposò il 4 febraio 14-15 Maria di Giorgio Difnico e fu sepolto in Duomo 
nell'abside laterale sinistra, dove leggasi tuttodì l'iscrizione postagli sulla 
tomba dal figlio Pietro nel 1508. Egli è il filosofo Sebenicese, come lo 
chiama 1' amico suo concittadino, il poeta Giorgio Sisgoreo (Elegiarum et 
carminum Libri Tres. Venezia. Rodueil. 1477) intitolandogli alcuni distici ed 
una saffica (L. Ili, 1 e 8), e ve lo celebra stella della patria, lodatore di 
Dio, studioso dell'Aquinate e dello Scolo, di Giustiniano e di Cicerone, che 
gli era maestro di stile. Della chiesa di S. Benedetto (oggi S. Barbara) gettò 
le fondamenta suo padre: egli la compì nel 1447. L'anno stesso, addì 11 
marzo, è dei tre chiamati a dar parere e consigilo sulle corone stemmate 
della Cisterna magna. Fervido per la Repubblica Veneta, che suo padre ed 
egli spontaneamente e gratuitamente servirono più volte, ebbe nel 1450, a 
ricognizione de' meriti, un' investitura di terreni nell' isola di Morter. 
Oratore a Venezia per il patrio Comune, queir anno, un decennio dopo e 
nel 1469. 

Giovanni Toboleo fu de' tre, che nel 1438 riordinarono lo Statuto 
civico e le Riformazioni. Nel 1441, addì 23 aprile, lo s'incontra de' cinque 
gentiluomini incaricati a provvedere del Duomo allorché ne si sospese la 
fabbrica e 1' anno medesimo, addì 22 giugno, tra gli stipulanti il contratto 
con Giorgio Orsini. De' cinque deputati alla costruzione della Cisterna magna, 
ne si legge il nome nel contratto de' 10 gennaio 1446 con maestro Giacomo 
Correr e, de' tre provveditori alla stessa, in una convenzione dei 25 febbraio 
1450 occorsa co' frati di S. Domenico. Li 10 gennaio 1457 instituì in Santa 
Trinità il beneficio di S. Clemente. Sposò Caterina di Giovanni e di Clara 
Tavileo e nel 1458 fece testamento. 



J 



53 

Tassa generale per un novennio, in elemosina alla fab- 
brica della chiesa, ma a condizione che v' abbia a contri- 
buire anche il clero con cento ducati all'anno. 

M.CCCC.XLVIIII. indictione XII. die Dominico. XXIII. mensis 
Marcij. 

Item in predicto Generali Consilio per illos novem nobiles, 
die secundo instantis mensis in Generali Consilio supradicto per 
scruptinium electos et deputatos ad disputandum audiendum et 
acceptandum provisiones fiendas super fabbrica ecclesie Cathe- 
dralis Sanati Jacobi de Sibenico, et deducendum eorum provi- 
siones oppiniones et partes ad prefatum Generale Consilium, ut 
ibidem ballotarentur, posita fuit pars tenoris infrascripti, et sub- 
sequentiS; videlicet. Et ballotata ipsa parte, captum fuit ut in 
ea continetur. Cum fabrica ecclesie Cathedralis Sancti Jacobi 
preclarum habuerit principium prout manifestum est ^), et in 
presentiarum reperiatur esse in magna necessitate pecunie, ita 
ut alterum e duobus tacere necesse sit, aut ab incepto opere 
desistere, aut de pecunia providere, et, uti desistere esset magne 
pusilanimitatis apud homines et ingratitudinis apud Deum, ita 
providere laudabile et salutiferum. Non enim qui inceperit sed 
qui perseveraverit usque in finem salvus erit. Et quoniam hec 
ecclesia est mater omnium ecclesiarum diocesis Sibenicensis 
et in ea potissimum omnibus ministrantur sacramenta ecclesie, 
dignium et congruum est ab omnibus sibi manus porigere adiu- 
trices. Et quia prò fienda Cisterna -) condiciones personarum 
huius civitatis prò malori parte bene examinate et distincte sunt, 
vadit pars quod semel exactis tansis quas exigi debent prò per- 
fectione diete Cisterne et dicto opere completo, totum residuum 
diete exactionis contribuatur prò manualibus turrium fiendarum 



1) Il principio preclaro a cui qui si allude non può essere certamente 
quello del 1431 allorché, affidato il Duomo ad Antonio di Pierpaolo Massegna, 
fu egli il primo ad incominciarlo. Dovrebbesi ammettere una contradizione, 
da neppur pensarsi nel Consiglio, il quale, dieci anni dopo, ne sospese la 
fabbrica, adducendo motivo del suo decreto 23 aprile 1441 i molti errori e 
e difetti che v' erano occorsi, contro ogni intenzione de' committenti e de* 
soccorritori, e lamentando nelle molte spese incontratevi quasi gittati i da- 
nari. V encomio di preclaro, né ritengo d' ingannarmi nell' interpretare cosi, 
va riferito a quando, dopo la sospensione anzideUa, riprese la fabbrica 
Giorgio Orsini. Fu quello, era ed è a tutti manifesto, il vero principio del- 
l' opera, dal genio di lui, aggrandendola ed emendandola, creata nuova 
e originale. 

2) La Cisterna magna Comunis od altrimenti / Quattro Pozzi. Vedi 
qui r appendice I. 



54 



circa Sibenicum ^), et si dicti denari] non suficerent, supleatur 
per sisterium ^), et ab inde in antea, corectis prius dictis tansis, 
quia aliqui ut dicitur sunt preter modum gravati, aliqui minus 
debito gravati, et exemptis presbiteris qui hac de re alio modo 
maiori onere gravantur, et absoluta illa ultima conditione sex so- 
lidorum quia pauperum est, omnes relique tanse, etiam villicorum, 
exigi debeant semel in anno per novem annos, incepturos die 
Sanati Michaelis proxime futuro de mense Septembris et subse- 
quentes finituros, cum hac conditione quod illa conditio que so- 
lebat libras tres, solvere debeat unum ducatum, et que solebat 
libras duos solidos quinque, solvere debeat libras quatuor, et que 
solebat libram unam solidos duodecim, solvere debeat libras tres, 
et que solebat viginti quatuor solidos, solvere debeat libras duas, 
reliquis vero tansis L. sexdecim et decem solidorum manentibus 
ut sunt, et pecunie inde exacte contribuantur prò elemosina in 
dictam fabricam, et procuratores diete ecclesie dare possint modum 
dictarum exactionum et providere de exactionibus. Hoc modo.... 
omnium gravamine procedere poterit opus predictum cum magna 
omnium laude et Dei honore. Qua parte capta, omnes alie pro- 
visiones annue civium Sibenici intelligantur et sint tunc cassate 
et revocate, et de libris Ecclesie cancellentur. Et hec omnia lo- 
cum habeant in quantum Dominus Episcopus cum clero suo con- 
tribuerit in dictam fabricam ducatos centum omni anno ad dictos 
novem annos ; aliter vero non. Item predicta fabrica remaneat 
obligata ad faciendum expensas oratoribus mittendis ad Sedem 
Apostolicam et Ducale Domitdum prò impetranda subventione prò 
dieta fabrica ad omnem requisitionem hujus Comunitatis. 



4) Un anno innanzi, sparsa com' erasi voce che gli Ungheri volevano 
invadere Zara e Sebenico, la città nostra chiese ed ottenne da Venezia la 
si munisse di torri. In tutta la lunghezza delle mura non ve ne avevano che 
tre dalla parte di terraferma e nella larghezza due sole. Il doge Francesco 
Foscari, nella ducale 29 agosto 1448 a Cristoforo Marcello, ordinò le torri 
di terraferma si elevassero all' altitudine di quella di S. Francesco già in- 
cominciata a riparare e si erigessero, alte come quella, dieci torri nuove ; 
obbligato ogni nuovo rettore successivamente ad erigerne una sino al de- 
cennario loro compimento. La città erasi offerta di dare i manovali (Mon. 
Si O. e. voi. IX, pag. 276). Non so per 1' appunto se, ne' ventitre anni de- 
corsi nel succedersi di dieci Conti e capitani, tutte e dieci sorgessero le 
torri; certo, perchè risulta da' documenti, n'eresse la prima Cristoforo Mar- 
cello e certo, perchè ne portava il nome, una n' eresse Stefano Malipiero, 
rettore penultimo in quel periodo. 

"') Se mal non m' appongo, vale per sesteria, voce antiquata, ed in- 
tenderebbesi : pagando in sei rate. 



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55 
III. 

Termine di due mesi assegnato al vescovo per la risposta. 

M.CCCG.XLVIIII. Indictione XII. Die Dominico penultimo 
mensis Martij. 

Cum die XXIII dicti mensis Martij in Generali Consilio No- 
bilium Sibenicensium posita ballotata et capta fuerit quedam pars 
super provisione pecuniarum prò fabrica Ecclesie Cathedralis 
Sancti Jacobi de Sibenico reciperandarum et exigendarum condi- 
tione quod contenta in ipsa parte locum habeant in quantum 
Rv:mus Dominus Episcopus Sibenicensis cum clero suo contribuerit 
in dictam fabricam ducatos centum omni anno ad annos novem, 
aliter vero non, prout in ipsa parte plenius continetur; ideo in 
predicto Generali Consilio capta fuit pars sive additio ipsius 
partis, tenoris infra scriptis, videlicet : Quod Rev:mus Dominus 
Episcopus Sibenicensis cum suo clero habeat terminum ad re- 
spondendum et deliberandum, ac respondisse et deliberasse super 
parte capta super predictis amodo usque per totum mensem 
Madij proxime futuri, quo termine elapso respondeant et delibe- 
rent dictus Rvi^us Dominus Episcopus et suus clerus quoquo 
modo ipsi voluerint, tamen annue promissione facte per cives 
Sibenici sint casse et nulle, nuUiusque valoris et momenti, et 
ponatur ista pars in copia sub parte suprascripta capta die 23 
martij instantis. 

IV. 

Risposta del vescovo. 

Die XXVI mensis Maij MCCCCXLVIIII. 

Coram Vobis spectabili et generoso viro Domino Christoforo 
Marcello honorabili Comite et Capitaneo civitatis Sibenici et eius 
districtus, Nos Georgius Sisgorich Dei et Appostolice Sedis gratia 
Episcopus Civitatis eiusdem cum nostro Capitulo personaliter 
constituti responsuri ad quandam parte per Egregios et generosos 
cives Sibenicenses in eorum generali Consilio sub 1449, die 23 
mensis iVlartij, super provisione Ecclesie nostre Cathedralis, cuius 
tenor de verbo ad verbum talis est, videlicet : 

(Seguitar tenor partis saprascripte) 

Ad quam partem, infra terminum per dictum generosum 
Consilium nobis in scriptis prefixum, obmissa verborum multipli- 
catione, taliter sub brevitate respondemus. Primum est ante om- 
nia, ad vitium ingratitudinis excludendum, non quas debemus, 
sed quas possumus, ex intimo corde, dicto generoso Consilio 
exibemus grates prò eius vel prò eorum sanctissima et devotis- 
sima intentione : qui suorum predecessorum immitantes vestigia, 
diete Cathedralis ecclesie profectum et augumentum, solerti ac 



56 



vigili cura semper studiosissime procurare et fovere curarunt. Ni- 
hilominus, quod iuxta Sapientis dictum, modus est adiacens rei 
determinatio, sine quo etiam bona intentio suo frustatur merito, 
nec sine debito Claudi potest, adeo ut apud plerosque sapientes, 
modus omnium divinarum humanarumque actionum regula et 
mensura esse deifiiiiatur: primumque omnium Auctorem singula 
egisse et agere sub numero pondere et modo sive mensura ne- 
dum theologi sed etiam vero philosophantes rationabiliter et ca- 
tholice profitentur. Et quia modus in prefata parte contentus in 
principalioribus defficere videtur, ideo nulli mirum esse debet si 
debito ac optato fine Claudi non meretur. Quod ex tribus liquido 
constare et patere potest, primo quod est contra Deum, secundo 
quod est contra salutem animarum, tertio quod est contra eccle- 
siastice libertatis emunitatem. Primum patet, servitium coactum 
nullatenus fore placitum seu acceptum, ne dum sacre Scripture 
testimonio,, verum etiam Sanctorum exemplis edocumur, adeo ut 
in comune proverbium versum sit, servitium coactum Deo non 
placet: inquit Paulus beatissimus Apostolus ad Corintios: unus- 
quisque enim prout destinavit in corde suo non ex tristitia aut 
ex necessitate, ylarem enim datorem diligit Deus. , Quod antem 

secundo loco animarum salus ex dicto modo patet quod 

ex huiusmodi violentis exactionibus ut plurimum insurgent ire rixe 
oculata odia dissensiones invidie detractiones contumelie blas- 
phemie et plura alia longe graviora, ex quibus ne dum animarum 
salus, verum etiam et pacificus .status huius reipublice, quam No- 
strum Ilhmum Dominium in suorum populorum gubernationem 
summo studio procurat et fovet, faciliter perturbari et maculari 
posset. Quod autem tertio loco prefatus modus ecclesiasticam 
ledat immunitatem, pàtet, cum ex cassatione promissarum, ad 
quarum anuUationem dispensationem et comutationem non nisi 
Sedis Apostolice aut Diocesani auctoritas se extendit, ut habetur 
extra de votis capitulo primo, . • . ^) etiam ex obligatione pe- 
cuniarum facte per dictum Generale Consilium in prefata parte, 
quam obllgationem nec secundum Deum, nec secundum con- 
scientiam, nec secundum debitam equitatem absque nostro Con- 
silio et assensu tacere potuerunt, ut patet per privilegium super 
inde confectum sub M.CCCC.II. indictione X.» die nono mensis 
Aprilis. Ne igitur humani generis hostis, cuius studium est ut sub 
specie boni falat, transformat enim se, ut inquit Apostolus, in 



') Forse va empiuto con un cum \r\ corrispondenza al cum precedente, 
e così, contro la deliberazione del Consiglio, che, a quanto si vuole qui di- 
mostrare, ledeva i diritti del clero, verrebbero allegati due argomenti : 1' uno, 
perchè s'annullavano le promesse de' nobili per le oblazioni, l'altro, perchè 
s' imponevano obblighi nuovi agli ecclesiastici ; in entrambi i casi, non lecito, 
a detta del vescovo Giorgio, senza, l' intervento dell' autorità episcopale. 



57 



angelum lucis et sepius sub mele veneris et sub ovina pelle lu- 
pinam exercet capacitatem, sub hoc sanctitatis colore gregem nobis 
comissum invadere dilaniare mactare aut disserpere possit, prin- 
cipiis obstandum ruravimus ; lubricus enim est, ut beatissimus 
Gregorius iu suis Moralibus, antiquus serpens, qui nisi capite 
teneatur totus statim illabitur, januis enim reseratis faciliter patet 
ingressus, et Philosophus in primo de celo et mando: parvus error 
in principio, magnus est in fine valde. Cum igitur nobis ex of- 
ficio incumbat Dei honorem super omnia procurare, et ne dum 
peccata, scilicet etiam occasiones peccatorum prescindere evellere 
et extirpare, emunitatemque ecclesiastice libertatis prò posse tueri, 
ne ex nostro assensu animarum nostrarum adversario additum 
patefecisse videamur, nescit enim, ut inquit beatissimus Augusti- 
nus, justitia Dei patrocinium dare criminibus, de unanimi nostri 
Capituli matura deliberatione modum prefate provisionis nullatenus 
duximus acceptandum, scilicet ut, iuxta beati Petri apostoli dic- 
tum, obmutescere faciamus imprudentum dectractorum ignorantiam 
et presumptionem, et ne quisquam cum ventate suspicare valeat 
nos prefatam negativam dedisse pretextu cupiditatis vel avaritie, 
aut velie subtrahere manus adiutrices prò dieta fabrica sublevanda 
modis debitis et honestis, in presentiarum tres modos honestis- 
simos predicte fabrice sublevatione dicto generoso Consilio an- 
teponere curavimus. Primus videlicet est inquisitio voluntaria ut, 
iuxta Apostoli dictum, quilibet conferat ad hoc pium opus prout 
ex divina inspiratione destinavit in corde suo. Secundus modus 
est quem Ilhmum Dominium in suis iustissimi exactionibus observat, 
videlicet, adhibere tantum prò centenario quantum Vobis videbitur, 
sub quo modo in presentiarum nos offerimns tansare nos et cle- 
rum nostrum in nostris substantiis et introitibus prò centenario 
in duplo illius in quo vos tansabitis vos ipsos. Tertius modus 
est ut relevetur dos seu fabrica prefate Ecclesie iuxta tenorem 
privilegii super inde confecti sub M.CC.XCVIII. indictione unde- 
cima, die XXIIII mensis Junij ^) ex tunc quando primo dieta Ec- 
clesia Sancti Jacobi insignita fuit titulo Ecclesie Cathedralis, et 
hec civitas sublimata extitit dignitate pastorali, q. f . . . ^) dieta 
Ecclesia habebit suficientes expensas de propria dote unde eius 
fabrica absque gravamine alicuius persone particularis sufficiènter 
et ampie poterit sublevari. Vos igitur, o generosi et circumspecti 
cives. dignitate pastorali monemus et dilectionis affectu devotis- 
sime obsecramus, ut sub aliquo predictorum modorum vel sub 



1) E la bolla di Bonifacio Vili, che reca la data di Roma del 1 mag- 
gio 1298, anno quarto del suo pontificato. La si legge nel voi. IV dell' Illy- 
ricum sacrum del Parlati a pag. 459 e nelle Memorie di Traù di Giovanni 
Lucio a pag. 136. 

2) Potrebbe, se non erro, spiegarsi e compiere con un quia forsitan. 

8 



58 



aliquo alio honestiori et convenientiori aut simili, si quem ve- 
strum circumspectum consilium invenire poterit, omnes pariter 
conveniamus ad Dei laudem, Nostri lILmi Dominii honorem, no- 
strarum profectum animarum et ad huius reipublice celeberimam 
ubique terrarum difundendani ^), ut prefata laudabilis fabrica con- 
tinuum recipiat incrementum, ne vicinorum nostrorum mordeamur 
invidia, quia merito nobis illudere poterunt illud evangelicum di- 
centes : isti homines inceperunt hedificare et non potuerunt con- 
sumare. Nam iuxta egregii doctoris Cassiodori dictum in suis 
epistolis, ad finem debitum perducere que prudentium intentio 
visa est suscepisse . . . nam sicut imperfecta laude , . , sic vitu- 
perationem generant que mediis conatibus .... deseruntur, ^) 
Memores enim esse debetis, Cives egregij, quanta beneficiorum 
largitate supra convicinos vestros divine clementie inmensitas vos 
dotavit et, ut ex multis panca rememorem, considerate rempu- 
blicam vestram sub Nostri lll.mi Dominij equissima gubernatione 
mirabiliter ampliatam in Civium prudentia et discretione, in po- 
puli numerositate, in juvenum venustate et decore, in divitiarum 
copia et, quod omnibus excellentius est, in gratissima corporum 
sospitate et in pestiferis morbi preservatione, quod certe post 
beatissimam domini Matrem, meritis beatissimi Apostoli Jacobi ad 
cuius honorem hoc templum dedicatum est, divinam clementiam 
egisse nulli ambiguum esse debet, ut igitur verbis utar beatissimi 
doctoris Gregorii in omelia super Matheum, solicite, inquit, di- 
lectissimi, nos considerare expedit ne nos qui plus ceteris in hoc 
mundo accepisse aliquid cernimus, ab auctore mundi gravius inde 
judicemur; cum enim augentur dona, rationes etiam crescunt do- 
norum ; tanto ergo humilior atque serviendum Deo promptior 
quisque debet esse ex munere, quanto se in coUatis benefitiis 
obligatiorem esse conspicit in redenda ratione. Et hec ad re- 
sponsionem prefate partis dieta sufficiant. 

V. 

Deliberazione del Consiglio. 

Die XXV Julij M.CCCC.XLVIllI. in festo sancti Jacobi 
Apostoli. 

Convocato et congregato generali Consilio Nobilium civium 
civitatis Sibenici in sala inferiori palatij Comitatus Sibenicensis 
more solito, de mandato et licentia Magnifici viri domini Chri- 
stofori Marcello prò 111:^0 Ducali Dominio Venetiarum et hono- 



1) O manca famam, o, piuttosto, invece di celeberrimam, ha da leg- 
gersi celebritatem. 

2) Avrei dovuto reintegrare la citazione col testo delle lettere di 
Cassiodoro, ma siami scusa che non lo feci, perchè non mi venne dato di 
poterle trovare. 



I 



59" 



rabilis Comitis et Capitanei Sibenici, in quo quidem Consilio, 
computato ipso Magnifico domino Comite et capitaneo interfue- 
runt nobiles LXV, capta fuit pars tenoris infrascripti, videlicet : 
Cum in generali Consilio die penultimo mensis Martij elapsi 
capta fuerit quedam pars, quos annue promissiones pecuniarie 
facte per Cives Sibenici prò fabrica ecclesie Sancti Jacobi de 
Sibenico essent casse et nulle rationibus et causis in ipsa parte 
contentis, et cum dicatur quod aliqui Cives fecerunt dictas pro- 
missiones sub conditione quod, dantibus presbiteris Sibenicen- 
sibus subventionem prò dieta Ecclesia, sue promissiones tenerent 
et essent firme, aliter non, et quod aliqui promiserunt libere et 
expedite absque aliqua conditione ; ideo detur juramentum illis 
nobilibus qui fecerunt dictas promissiones, et illi qui jurabunt se 
piomisisse sub conditione quod presbiteri deberent dare sub- 
ventionem, sint absoluti ab eorum promissionibus; illi autem qui 
jurabunt se promisisse libere absque aliqua conditione, remaneant 
obligati iuxta suos promissiones, et hoc quia illud quod semel 
oblatum est Deo libere, merito non debet rectratari aut revocari. 



60 



Appendice I. 

La Cisterna Magna Comunis, od altrimenti I Quattro Pozzi. 

Di queir arte veneziana insuperata, che, nella struttura de' pozzi, valse 
d'esempio a tutta Europa; nel corpo dell' edifizio, in due fianchi per certo 
tratto sotterra e di profondità sotto il livello del mare, la Cisterna ma- 
gna Comunis, come ben a ragione la si diceva, è un' opera monumentale, 
dentro e di fuori, ricordata con diciotto stemmi, che ripètono il concetto 
medesimo, cioè da chi edificata e per chi e quando ; segnatavi così la sua 
cronistoria ed al modo stesso che la si segna nel Duomo. Appellasi volgar- 
mente i Quattro Pozzi dalle quattro corone stemmate campeggianti ad equa 
distanza tra loro neir ampio quadrilatero del piazzale selciato. Dentro, è 
terrazzata nell'arca, chiusa a volta di mattoni e tramezzata da una parete 
a tre grandi archi, la quale, partendone il vano equamente, sostiene, gettate 
a tutto sesto, una per lato, due volte : costruzione semplice quanto robusta. 
Ne fu artefice Giacomo di Venusio Correr da Trani, detto altrimenti Gia- 
como dalle Cisterne (Monum. Slav. Merid. voi. IX, pag. 257) e scolpirono 
le armi delle quattro corone maestro Marco del fu Pietro di Puglia e mae- 
stro Giorgio del fu Michele di Zara, lapicidi ed abitatori di Zara ; malleva- 
dore per essi, il protomaestro del Duomo Giorgio Orsini, come si ha dal 
contratto degli 11 marzo 1447, inedito tuttavia. Degli altri stemmi manca un 
documento, che ne dica 1' autore. La Cisterna magna, prossima al Duomo, 
anzi di prospetto se due casuccie non ve lo rompessero oggi, era nata ge- 
mella col Duomo dell' Orsini, all' aura del Rinascimento. La ornamentazione 
sua de' diciotto stemmi che accennavo è storicamente ed artisticamente di- 
stribuita così; uno, di Giorgio Vallaresso sotto il cui reggimento l'opera 
ebbe principio, all' entrata, già porta di città ; tre, grandi tondi orlati del 
tortile fregio caratteristico, per ognuna delle quattro corone, cioè di Venezia, 
di Sebenico ed, alternato con quello del Vallaresso su due delle corone, lo 
stemma nelle altre due di Cristoforo Marcello, il rettore sotto cui l' opera si 
terminò, e, sulla faccia esterna del fianco a meriggio, nel parapetto del piaz- 
zale, un gruppo di cinque stemmi : tre di sopra, in grande tondo incorniciato 
a corda ed in quest'ordine da ritta a mancina, cioè l'arcangelo di Sebenico, 
il leone di Venezia, l'arma del Vallaresso, e, sotto, gli scudi di un Canal 
(difficile a determinare di quale) e di Giovanni Nani, nel cui rettorato la 
Cisterna magna era compiuta anche del piazzale e della monumentale or- 
namentazione. Letta adunque con gli stemmi la sua cronologia, v'appren- 
diamo che ne durò la fabbrica un settennio circa, sotto tre rettori successivi, 
dal 1446 al 1453. Costò, a quanto finora ho potuto raccogliere, più di 2.200 
ducati a solo il Comune, che impose all' uopo fazioni e tasse, fece collette 
(Mon. Slav, O. e. voi. IX, pag. 362), senza contare quanto vi spendesse il 



61 



Governo della Repubblica, che, per agevolare l'opera e per contribuirvi, ne 
procurò il sito dando a' frati di S. Domenico il feudo di Grabovci e di Ga- 
chielesi in compenso di un luogo vacuo da essi ceduto, prossimo alle mura 
della città ed al loro cimitero ; fornì materiali, condonò debiti al Comune 
e, tra le altre, gli mandò una volta 1050 lire (ivi) promettendo nuove sov- 
venzioni se fossero occorse, mentre in quel torno, stanziate avendo 500 lire 
in rate annuali ed eguali per un quinquennio a ristauro di torri e di mura e 
per acqua, volle indi a poco erogata tutta insieme e soltanto per l' acqua la 
somma, lasciando in facoltà di detrarvi non più che da 25 a 30 lire per le 
mura e le torri (Mon. Slav. O. e. voi. IX, pag. 234). Nelle adiacenze sue 
pristine e nella forma, ben appresentar la si doveva in tutta la severa e 
meditabile sua bellezza: pubblica fonte di vita, nel mezzo; da due lati, le 
mura della città e la porta coronata di torre; dagli altri due, lo spettacolo 
del mare nell'ampio porto e, soggiacenti, qui la marina, là il cimitero. Né 
vi poteva essere meglio accomodata postura a raccorre le acque del cielo 
ed a serbarle, e, sita com' era questa Cisterna fuor della cerchia eppure nel 
cuore della città, a potervele attingere e distribuire all' intorno. Dal grembo 
generoso, per più di 430 anni, largì questa Cisterna i vitali suoi benefici, 
guardata con trepid* ansia nelle siccità imminenti, benedetta nelle piogge 
invocate ; perchè, quando fosse esausta ancor essa dalla diuturna arsura 
inclemente, 1' acqua da bevere comperavasi a prezzo, trasportata su barche 
dalle sorgenti di Vodizze e dalla cascata di Scardona. Ed oggi, contuttoché 
siaci r acquedotto, potrebbe valere pubblico serbatoio d' acqua potabile per 
qualunque caso di penuria o d' altra necessità, epperó con questo intento, 
anni sono, nel fianco suo da marina erasi praticato un foro di sbocco 
per quando soprabbondasse. Ed oggi pure la non sarebbe men bella 
di una volta, abbattuti come si fossero uno squallido muro che ne 
chiude il piazzale e quelle due casuccie ; perché, col Duomo e con la 
Loggia, con un elegante palazzotto a torre reggentesi su d' una colonna e 
con un singolare ed artistico residuo di vetusta muraglia, ne risulterebbe 
così un complesso di monumenti unico nel suo genere ; schiuderebbesi 
alla città una nuova piazza ed in continuazione a quella del Duomo ; il 
Duomo v'avrebbe degna cornice e pronto ne sarebbe il posto per il campa- 
nile, che da anni é in idea di qui collocare. Ma oggi, peggio che ignorata 
e abbandonata, la Cisterna magna Comunis é un cortile rustico, una poz- 
zanghera dopo le pioggie, e la decorano un casotto di trasformatore elettrico 
ed una stalla. Il Comune l' appigiona a un canonico per pochi quattrini. 



Appendice IL 

Niccolò Fiorentino, o veramente Aldobrandi. 

„È difficile — scrive il prof. G. Graus — stabilire con precisione l'ori- 
gine di maestro Niccolò di Giovanni Fiorentino, poiché il nome di Fioren- 
tino non prova ancora che fosse nato a Firenze". I documenti che ho rin- 
venuto e che sono per citare, ci danno il suo cognome ; ce lo attestano, se 



62 



non Sebenicese di nascita, che del resto non è improbabile, certo di famiglia 
oriunda Fiorentina, ma che a Sebenico aveva domicilio, possessi e cittadi- 
nanza ; ci porgono due notiziette non inutili per la sua vita e ci assentono 
di formare uno specchietto genealogico, comecché frammentario. 

A Sebenico v' era una famiglia Aldobrandi, che altrimenti denomina- 
vasi Fiorentino o di Firenze. Negli atti del notaio Martino Campellis de 
Gaivanis, che si conservano nell' archivio dell' i. e r. Giudizio, s' incontra, 
(5 luglio 1493, 14 agosto 1494, 25 febbraio 1495, 28 agosto 1495) coli' ag- 
giunto di civis sibenicensis, Giovanni quondam ser Francesco Aldobrandi: 
contrassegno di nobiltà cittadina il titolo di civis e di ser, e vi s' incontra 
del pari, (27 agosto 1491, 4 marzo 1493, 3 febbraio 1494, 14 agosto 1494, 
25 febbraio 1405) civis sibenicensis e ser, Giovanni Fiorentino quondam Fran- 
cesco Aldobrandi ; evidentemente il casato stesso e le stesse persone. Così 
nella Madreregola di Valverde sono registrati nel numero de' 110 confrati 
nobili (secolo XV— XVI) Francesco Daldobrando florentin e Zan Fiorenti- 
novich ; né mi occorre qui citare dal predetto notaio altri parecchi documenti 
tra il 1488 ed il 1490 dove tanto ser Francesco, quanto ser Giovanni ricor- 
rono semplicemente cognominati Fiorentino. Questo Giovanni, come si rac- 
coglie dai documenti citati, aveva possidenza campestre ed abitava nel su- 
burbio (Borgo a mare) in casa già degli eredi del nobile Sebenicese Nic- 
colò Saracenis. 

Aldobrandi é nota famiglia di Firenze : basti rammentare il Tegghiaio 
di Dante (Inf C.o XVI verso 41). Che poi questi Aldobrandi di Sebenico 
fossero oriundi di Firenze, lo prova senz'altro un atto notarile, che trovasi 
neir ultimo foglio membranaceo di un Martirologio francescano nella biblio- 
teca de' P. P. Francescani Conventuali di Sebenico : atto rogato da prete 
Pietro quondam Giovanni li 15 maggio 1451 e con cui maestro Antonio Bu- 
sato, lapicida di Venezia e abitante di Sebenico, vende un suo orto situato 
negli Orti di Sebenico a ser Francisco de Aldobrandis de Florentia civi Si- 
benicensi. 

Quanto al nostro artista, non sembrerà strano cognominarsi egli, an- 
ziché dalla famiglia, dalla città donde quella era originaria. Giorgio Orsini 
si cognominava Dalmatico dalla nazione. E di esempi simili ce ne sono 
moltissimi. 

Ma se dair uso d' allora tra noi di scambiare le due denominazioni 
per indicare la famiglia medesima risulta che il nostro Niccolò, per essere 
chiamato Fiorentino, è un Aldobrandi; che poi l'anzidetto Giovanni sebeni- 
cese fosse suo padre, mancami un documento che ciò dica espressamente ; 
anzi, per i documenti testé citati, é da escludere, perché in una procura 
data a maestro Niccolò li 2 aprile 1493 circa una cava di pietra, di cui nel- 
r isola Brazza era proprietaria la Cattedrale di Sebenico, egli é nominato 
quondam Joannis, e l' anzidetto Giovanni allora viveva. Il Giovanni defunto 
cioè il padre di maestro Niccolò, é ragionevole congettura che fosse nonno 
dell' anzidetto Giovanni di Francesco, perché frequentissimo era il ripetersi 
ne' nepoti il nome degli avi e perché, nel caso nostro, ben si convengono 
e corrispondono i tempi. 






63 



Il nostro Niccolò, che, successore dell'Orsini nella edificazione del 
Duomo, ne levò e chiuse la cupola e vi lasciò squisite sculture ammiratis- 
sime, lavorò anche a Valverde. M.o Niccolò di Zuanne fiorentin taiapiera fu 
addì 20 gennaio 1502 condotto per proto di la nostra Jesia (Valverde) chome 
appar per istrumento in note di ser Martin di Gaivan adi 20 zener, e per 
conto di Valverde partì egli li 12 aprile 1502 alla Brazza, dove andò taiar 
le piere e la petrara e pagava le maestranze e li 15 giugno 1503 gli fu man- 
dato danaro (lire 60) da uno de' procuratori di Valverde. Addì 31 maggio 
1505 trovasi registrato, che lavorò per due mesi alla fabbrica della chiesa 
di Valverde con la paga di 10 ducati al mese (Archivio di Valverde, Libro 
d'Amministrazione N.o 9, carte 43 verso, 46 verso, 60 retto). 

Egli aveva tre figli artefici : m.o Jacopo, m.o Anticcio e m.o Zuanne, 
i quali nel 1502 vivevano tutti e tre ed avevano conti con Valverde: i due 
primi, operanti in quella chiesa forse nell'arte del padre e l'ultimo, ch'era gobbo 
ed orefice, certo operante nell' arte sua, perchè li 13 agosto 1502, per lire 
24 eh' egli riceve dalla chiesa di Valverde in tanto panno, promette le resti- 
tuirà col far tanto lavar de la sua arte orese alla nostra giesia (Ivi, carte 
46 verso e 47 retto). 

Co' documenti fin qui citati si compone la seguente genealogia: 

GIOVANNI FIORENTINO o ALDOBRANDI 
viveva 1483; nel 1493 era già morto. 



n.o NICCOLÒ 

protomaestro lapicida 
viveva 28 decembre 1506. Il Graus 
lo fa vivo sino al 1517 



FRANCESCO 
viveva 1454; nel 1491 già morto 



ZUANNE i JACOPO | ANTICCIO GIOVANNI 

orefice i i testò li 19 decembre 1497 e f 

maestri, tutti e tre vivi nel 1502 13 agosto 1502 (?) Erasi ammo- 

gliato con Caterina - ella viveva 
nel 1493 - la quale dal primo 
marito aveva avuto Maddalena, 
sposatasi li 3 marzo 1493 a ser 
Luca Pribislavich da Scrisio(Car- 
lobago), uno degli artisti già nel 
Duomo con V Orsini e morto 
V anno dopo il matrimonio, la- 
sciando una pupilla. Quell'anno 
Maddalena era già morta. 

Architetto e scultore Niccolò Fiorentino, che omai ritengo si possa 
senza scrupoli addomandare Aldobrandi, prima di venire a succedere all' Or- 
sini nel Duomo di Sebenico, aveva nel 1468 costruita nel Duomo di Traù 



64 



la magnifica cappella di S. Giovanni, in istile del rinascimento. E di Sebe- 
nico tratto tratto ritornava a Traù. È facile che in queir archivio capitolare 
si rinvengano ulteriori notizie di lui e della sua famiglia ; notizie, che giovino 
ad illustrare ne' particolari la storia ed i pregi d' entrambi gì' insigni nostri 
Dalmàtici monumenti. 



Appendice IH. 

Le teste intorno alle absidi del Duomo. 

Oggetto di curiosa attenzione a' riguardanti e di strani commenti, dal- 
l' ornato inferiore cingente all' esterno tutte e tre le absidi del Duomo, ri- 
levano, formandovi singolare e vaghissimo fregio, settanta teste, non ras- 
somiglianti punto tra loro, ma distinte affatto 1' una dall' altra al tipo, alle 
fogge, alle movenze. 

Le più sono del tempo delle absidi, le migliori senza confronto, tra 
cui alcune assai belle ed aggiudicate all' Orsini medesimo ; tredici ve ne 
hanno della metà del secolo scorso e dell' ornatista Giacomo Pasini, copie 
più meno fedeli dalle antiche, o ritratti che volle far egli di contemporanei 
suoi, cittadini e di fuori. 

Dal rispetto artistico osservò una per una le teste antiche, nell'ottobre 
del 1907, il comm.e Adolfo Venturi, l'illustre storico dell'arte, e con la pron- 
tezza, che gli danno 1* acume deli' ingegno elettissimo e 1' esercizio avuto in 
quasi r intera Europa del suo molteplice e profondo sapere, mi additava 
quali proprio dell* Orsini e quali di operanti con lui o di allievi. 

La fantasia popolare cavò una leggenda : un prode e valoroso Se- 
benicese, per ingraziarsi la patria, che lo aveva bandito, ed aver mòdo 
di poter essere richiamato, un giorno, recise settanta teste di Turchi, ve le 
mandò in dono; a che in riconoscenza, si volle perpetua la memoria del 
fatto ordinando venissero ritratte in pietra le teste e sul Duomo così collo- 
cate. Il profano e mostruoso trofeo si sfascia da sé. 

Comoda spiegazione, ma che contrasta al simbolismo del nostro 
tempio e ad altra opera del nostro Orsini, i più le vogliono sfoggio d'arte, 
senza veruna ragione d' idea e d' intendimento. Mons. Fosco dice, che le si 
reputano, ed essere questo tradizione a Sebenico, fisonomie degli scultori 
medesimi ed in genere degli artefici del Duomo. E può essere in parte. Né 
lo nega il Tommaseo, che soggiunge aver potuto bensì gli operai lasciare 
in quelle teste un ritratto di sé e tuttavia avere inteso di rappresentare in 
esso, com' egli crede sul fondamento di analoghi fatti ed osservazioni, un 
intero ordine di persone, un' intera gente, un' idea. Se non che, per ammet- 
tere soli gli artefici e sia pure in arie di teste ideali, vuoisi prima chiarire 
come entrare ci possano, quali in buon dato vi si scorgono, donne, bambini, 
frati, magistrati, laureati e simili, uno con diadema ed un angelo. 

L' eco giuntami or ora di una tradizione cittadina, mi soccorre a poter 
dare soddisfacente risposta a quesito per me altrimenti insolubile; ma sod- 



65 



disfacente, in quanto è di quelle teste per il concetto loro in generale e per 
il motivo dell' èssere ivi schierate, non così, perchè d'una risposta non mi 
sento capace, in quanto possa concernere ognuna in particolare. 

Figure storiche, ma nella disposizione loro conformate ad un' idea, 
accennavo poc'anzi (pag. .11 e 12) le due porte del Duomo ed i rilievi in 
grande sulla facciata della Piazza (pag. 15, nota 3). Con figure storiche nelle 
nicchie de' pilastri laterali e con teste storiche lunghesso la riquadratura della 
porta, in fregio simile assai a questo del nostro Duomo, compose l'Orsini 
in S. Francesco d'Apcona la glorificazione del poverello d'Assisi mentre ri- 
ceve le stimmate, rappresentato in alto rilievo al di sopra dell' architrave. 
Varrà una spiegazione delle teste di Sebenico, se la ce le porga storiche e 
figurative insieme, quali le richiedono l'esempio e il genio dell'autore, quali 
siano, anzitutto, in corrispondenza perfetta col tempio che decorano e di cui 
devono risaltare artistico e ideale finimento. Poema il nostro Duomo, — 
imperocché gli è davvero un poema il trionfo di Cristo nell'ordine ascen- 
dente della storia, della legge, della grazia, della gloria, e, meglio eh' epi- 
sodio, ne è una cantica vera il concetto che Umanità, Nazione, Patria in 
mutuo accordo lo celebrino e ne pongano un monumento — come mai fal- 
lirgli una conclusione, un epilogo degno, o sentirvi stridere dissonanze di 
non sensi, o di sensi men che grandiosi e potenti? 

Ogni età e ogni sesso, ogni grado e ogni popolo, gli artisti e gli 
scienziati, gli uomini e gli angeli, in settenaria diecina, che nel linguaggio 
biblico è quanto dire innumerevoli, tutti in un coro glorifichino il Signore : 
ecco il perchè di quelle teste e del numero loro e de' vari sembianti e del 
sito dove sono dispòste. La tradizione cittadina, che cosi interpretava, in 
più breve e più autentica forma diceva : Omnis spiritus laudet Dominum, 
voce del salmo, che, verso il termine dell'ufficiatura, canta la Chiesa nelle 
Laudi e concetto frequentissimo nel salterio e ne' riti sacri. 

Espresso lì e da quelle teste, concetto tale, come ognuno può sentire, 
è in unisona armonia con quello su cui posa e tutto informa ed avviva e 
sublima il sacro edifizio ed a cui fors' anco richiamano, uscenti come da 
intime latebre ne' tre angoli dove convergono le absidi, quelle faccie di se- 
miascosi leoni. L'^ esteriore architettura delle absidi annunzia il santuario: le 
teste che le precingono, lo annunziano magnificato ne' secoli ed insieme con 
gli angeli e con gì* innocenti, dallo spirito di tutte le genti, da' più eletti 
spiriti dell'umanità. Imperocché queste teste, evidentemente, altre sono ca- 
ratteristici tipi di popoli, altre, personaggi famosi, artisti, poeti, dotti o che si 
siano, storiche insomma in questi ed in quelli, e sono ad un tempo figura- 
tive rispetto a sé in quanto significar possano una condizione, una disciplina, 
una memoria, un' idea, e figurative nel loro complesso in quanto compon- 
gono intorno alle absidi del santuario il serto glorioso, il coro eccheggiante. 

La tradizione allegata da mons. Fosco è con ciò, non distrutta, ma 
rimessa ne' primi suoi termini brevi, trattandovisi non del concetto ge- 
nerale, ma di singoli accessori ; dappoiché, se per le cose dette è in ogni 
maniera da escludere tema della decorazione i ritratti de' lavoranti, rimane 
pur sempre che taluno avrà forse riprodotto sé o de' compagni in qualche 



66 



viso, in qualche aria delle teste, come usano anche oggidì pittori e scultori. 
E r arguta induzione del Tommaseo nel caso nostro riesce a conferma di 
verità, e validamente concorre a persuadere la tradizione- genuina, l' inter- 
pretazione legittima. Mi è dovere di gratitudine • indicare da chi mi venne 
col verso Davidico la desiderata spiegazione. La udì dal dott. Giacomo Pini, 
defunto nel 1895, il figlio suo 1' on. dott. Luigi, che me la comunicò mentre 
stampavasi questo libretto. 

Or chi in particolare ritraggano quelle teste, ripeterò qui opinioni non 
mie, ma che, quando dall'uno, quando dall'altro/ mi accade di sentir dire 
su pochissime. Noverandole dal battistero-in poi, la 8.» sarebbe Giotto, la 
ll.a Tomaso d'Aquino (rifatta), la 18.» Virgilio, la 21. a Costantino imperatore, 
la 25.a il Brunelleschi, la 27.a uno Scita, e, tra le muliebri, una forse Beatrice. 
Dante è da pensare che andasse perduto con le sostituzioni nuove. Ed egli 
vi è in S. Francesco d' Ancona tra le venti teste della celebre porta, sullo 
stipite sinistro, avvertita nel 1887 ' dall' illustre architetto Giuseppe Sacconi, 
che, fattone il calco, Io inviò a Roma al ministro dell' istruzione. L' effigie 
del divino Poeta, la prima che in pietra si conosca, un Dalmata la scolpiva, 
r Orsini, che poc' anzi l' aveva forse scolpita sul tempio dove un giorno 
battezzar dovevasi Niccolò Tommaseo. Ben è a deplorare, che con i rifaci- 
menti e con le intrusioni posteriori andasse rotta nell'ordine delle sue gemme 
la preziosa collana; che, riconosciute quelle teste ed accuratamente osservati 
di ciascheduna la scelta, il significato, la collocazione, ne si sarebbe sco- 
perto chi sa quanto e quale tesoro di concetti peregrini, di sentimenti squi- 
siti. E non pertanto, assai ancora possono cercarvi e trovare gl'intenditori 
studiosi ; come studio nuovo e fecondissimo sarebbero tutte quelle altre teste 
minori, che sotto il corfticione a corda in ogni peduccio degli archetti fa- 
sciano il tempio lunghesso il fianco settentrionale dal pilone angolare della 
facciata principale insino alle absidi,, e che, parte bimane, parte d'animali, 
forse raffigurano nazioni e passioni, trofei, gloriosi di Cristo in mezzo al- 
l' umanità trionfatore de' popoli e de' cuori. 



Appendice IV. 

Alcune iscrizioni del Duomo. 

II benemerito nostro vescovo A. G. Fosco, nel suo opuscolo suW^ Cattedrale 
di Sebenico, ne diede in luce le iscrizioni votive, le sepolcrali comuni, l'epi- 
scopali e, sparsamente a loro luogo nel testo di quella edizione e della suc- 
cessiva, le attinenti alla storia del tempio. Non per tanto, taluna rimane an- 
cora allo spigolatore. Eccone dodici che non s' incontrano in quegli opuscoli 
e, di quelle che vi si leggono, otto a cui si può soggiungere qualche cosa. 
Allogo qui tra le iscrizioni i seguenti millesimi, che, importanti per la 
cronistoria edilizia del Duomo, non tutti vennero rilevati. Delle colonne, a 
destra di chi entra dalla porta principale, leggesi sulla seconda : MDCXIII ; 
sulla terza: MDXCVI ; sulla quinta: MDCI, ed, a sinistra, sulla seconda che 
sostiene la cupola : MDCXX. 



67 



La seguente iscrizione sulla parete interna della facciata principale 
manca d' una parola e la si legge così : 

ANNO DOMINI MDXXXI 

BERNARDUS BALBI RECTOR SIBENICl 

GRACIAS AGIT DEO SI QUID IN HOC MAGISTRATU 

LAUDE DIGNUM GESSIT ' 

Sulla parete istessa, al lato destro della porta v' è : 
IO . DE GARZO 
PRyET . PR^FQ 
SIGI REGINE SA 
VORGNANiC SV^ 
DILEC CONIVGI 
P. 
Zuanne Garzoni fu Zuanne entrò rettore di Sebenico addi 31 maggio 
1555 e vi stette sino al giugno del 1557. Mi è ignoto in quale relazione' di 
parentela fosse la moglie sua Regina con Girolamo Savorgnan, il vescovo 
illustre, che resse la chiesa nostra dal 1557 al 1573. 

A destra dall'ingresso principale, tra la galleria e la cornice de' fo- 
gliami corre la scritta: 

GIACOMO 

..... DEL INTERNO NEL ANNO 1860. 
Ricorda Giacomo Pasini, che, ne'' restauri del Duomo, attese co' figli 
Domenico, Antonio e Demetrio/ alrifacimento delle sculture d'ornato. Allievo 
dell'Accademia di belle arti della nativa Venezia, morì a Sebenico li 16 ot- 
tobre 1867, giorno in cui compiva sessant' anni. Non posso sapere perchè, 
né quando, né da chi questa iscrizione si facesse coprire di cimento. 

Al bràccio meridionale della crociera del tempio, sull'intradosso del- 
l' archivolto, nel mezzo, dentro un grande tondo incorniciato, sì legge : 

CARMINA 
SUMME DEUS ' 
TOTUS TIBI 
CONCINIT 
ORBIS 
A questa faceva riscontro, nel braccio opposto, un' altra scritta, di cui 
erano rimaste poche lettere e due parole in chiusa conservateci dal dott. F. 
Ant. Galvani in una sua noterella : 

STATIONEM 
CREATUM 
Nel ristauro del tempio (1843-60) fu rinnovato il lastrone che la recava 
e scolpitavi la cornice del tondo, ma senza scritta veruna. 

A manca entrando dalla porta maggiore, nella seconda cappella, sulla 
mensa dell'altare, due angeli svolgono un rotolo a caratteri gotici. L'angelo 
al corno dell' epistola reca: 

HIC POSITUM VENERARE DEI VENERABILE CORPUS 



e quello al corno dell' evangelo : ■>'iGiiqt>:^J:,i fAr^Vt 

HUJUS AD IMPERIUM FLECTITUR OMNE GENUS. 

Questi angeli, eletta scultura, appartenevano all' altare del Santissimo, 
già nell'abside maggiore dov' è oggi il reliquiario, di faccia alla cattedra ve- 
scovile. L'altare fu disfatto, ed era opera del 1595, di Antonio Doniiinis, 
scultore dalla Brazza, come dice il Fosco (Op. cit, 11.* ed. pag. 69)^ 

La cupola ha da occidente, sotto il cornicione quadrangolare, della 
base, in mezzo : 

A. D. 1797 
DON . DOMCO . MILETA 
REVISOR . DLA FABRICA 

Di Domenico Mileta trovo che nel 1841 era canonico onorario e par- 
roco di S. Spirito, né altro ne so. 

Quivi stesso, un po' sotto ed a destra di queir iscrizione : 

P B 1845 

Sono le iniziali dell' ingegnere architetto Paolo Bioni di Sebenico, nato 
il 1 luglio 1806, morto li 5 maggio 1848, degno che ne abbozzasse la vita Pier 
Alessandro Paravia, ne dettasse V epitaffio sulla tomba Niccolò Tommaseo 
e dentro il Duomo ne si ponesse il nome intero nell' iscrizione commemo- 
rativa che qui darò ultima. Del Duomo avendo compilato egli un Progetto 
di ristauro con la diligente delineazione di molte tavole di disegno, che ne 
rappresentano con verità e chiarezza la struttura, ed approvato , il progetto 
ed egli medesimo chiamato ad eseguirlo, nel 1843, lui spvraintendente e di- 
rettore, s' incominciarono i lavori , anzitutti, dove maggiore era il guasto, 
vale a dire, nella lanterna della cupola. Intorno a questa si spesero due 
anni e 5409 fiorini. Di ciò e d' alcuni particolari circa i ristauri da lui diretti 
fino alla morte, come pure d' una sua opera illustrativa completa e divìsa in 
circa 40 fogli grandi di disegno che, per far viemeglio conoscere le bellezze 
artistiche del Duomo, egli nel 1846 intendeva pubblicare, ripromettendosi di 
darla pronta entro un biennio, Cfr. A^. Cronista di Sebenico An.o II. 1894, 
pag. 100. Oltre a questi disegni delle parti più belle del tempio e de' quali 
sopravvivono alcuni, pregevolissimi per maestria e per inspirata accuratezza, 
sappiamo da una lettera scrittagli da N. Tommaseo, eh' egli proponeva un 
nuovo fonte battesimale e „seppe farlo ben corrispondere al rimanente della 
fabbrica veneranda" (La Dalmazia, giornale letterario economico ecc. Zara 
1845 N.o 33). 

Le seguenti indico dove propriamente erano collocate prima che, ri- 
selciandosi nel 1888 il pavimento del Duomo, andassero distrutte. Ne venni 
a cognizione dà un rilievo che, innanzi di levare le lapidi, fece Giacomo 
Pasini e si trovò fra le carte del dott. F. A. Galvani, come anche da una 
Pianta della Cattedrale e delle sepolture nelle due navi laterali recante misu- 
razioni particolareggiate ed esatte di ciascuna sepoltura ; lavoro eseguito 
dall' ingegnere Luca Gaus, datato li 29 settembre 1881 ed oggi presso la i. 
e r. Luogotenenza di Zara. 

A destra entrando dalla porta maggiore: 



I 



Nella l.a cappella, in mezzo, e così nella cappella di faccia: 
V.;;/.) V- SEPULCRUM 
EPISCOPALE 
, Nella m.a cappella, in mezzo, una lapide, che, nella parte superiore, 
recava un tondo, tutto fregiato nel giro interno, e sormontato da una testa 
di leone avente alla sinistra l'estremità della coda attorta e con tre nappi; 
nella parte inferiore, un quadro con ricchi fregi a' lati e dentro l' iscrizione, 
con questi residui : 

QUOD II DI 
IN I Co 
II . LUTI Co 
OZ 

II VI I 01 
GAII DONI 
CUS STATAI 1 
Contigua, ed a destra di questa, in caratteri gotici : 
HEC EST SEPVLTVRA 
V. ': "' T'* ^O^^J-*S VIRI SEB L GREGORII DOMINICI 

V'"' ^i-' ' '""^ ^ ET SVORVM HyEREDVM 

. ..-rrrt^-i c:-;;-'-^-i , MCCCCXL 

La- cappella nel 1444 coperta, come sappiamo, a spese di Lorenzo 
Dóininici e di Lorenzo di Michele Gonoribich, intitolavasi anche, certamente 
per i fondatori, da S. Lorenzo. Così è chiamata nel contratto, che addì 22 
marzo 1489 i fratelli Domenico, Gregorio e Giovanni qm. ser Lorenzo, figli 
cioè di quel Lorenzo di Gregorio Dominici proprietario della sepoltura in- 
dicata nella iscrizione, fecero per una pala raffigurante la Madonna col 
Bambino in braccio ed a' lati altre figure, col pittore Sebenicese Giorgio di 
Tommaso (V. N. Cronista An.o II 1894, pag. 76), che più tardi rinvenni es- 
sere stato, per la moglie Elena, genero di Giorgio Orsini, cognominarsi Ciu- 
iinovich, od altrimenti de Squarcionibus, in onore probabilmente del maestro 
suo, il Padovano Francesco Squarcionc (1394— 1474), che da' suoi 137 allievi 
fu detto Padre de' pittori. 

La IV.a cappella aveva dal lato manco: 

. ■ s- ■ 

P 

sv 
is 
o 

e sotto : 

HÓR 

HARMI 

1695 

e, dal lato destro, uno stemma, nel campo una torre merlata con tre feritoie 

orizzontali e due finestre verticali ; forse de' Saracenis, e, sotto lo stemma, 

le iniziali, forse di Elia Saracenis: 

HL 

SA 

S 



76 



Tra la V.a e la Vl.a cappella, sormontata dall' arme della famiglia Dif- 
nico e, sotto l' arme, da una testa d' angelo con le ali spiegate, la seguente, 
recata anche dal Fosco : 

NICOLAUS DIFNiCUS PETRI FILIUS ' :,, . 

CATHARINAE .< ^,- 

DILECTAE GENITRICIS SUAE 
SIBI AC POSTERIS SUIS 
STATUIT 
MDXXXI 
Pietro Difnico detto Malpaga, sopracomito della prima trireme che armò 
Sebenico, dichiarato benemerito della Repubblica, sposò li 2 marzo 1486 
Catarina figlia di Niccolò Grifico, patrizio di Lesina, e morì li 17 agosto 1518. 
Il figlio loro Niccolò fu nominato anch' egli sopracomito pe' meriti suoi e 
degli avi. (V. Galvani. Re d'Armi Voi. I pag. 84 e N. Cronista An.o lil 1895 
pag. 78 e 79). 

Nella Vl.a cappella, neir angolo a destra : 

OTTA 
RIVS 

NOE ♦ 

OPVS 
TIVS 
T 
ARTIS 
X 
LO 
NGICH 
A sinistra della porta maggiore : . 

Nella Il.a cappella, al lato sinistro: 

BONAE TOLINICH 

/ C HEREDUM SUORUM 

MDXLVIIl 

Di nobile ed antica famiglia, altrimenti Tolini, Tollini, Toglia e Toia, 

patrona in S. Lorenzo di Morigne. Si sa di un Pietro, nel 1374 giudice della 

Corte maggiore, e di due canonici : Stefano qm. Pietro, morto nel 1454, e 

Zuanne, che nel 1488 era anche primicerio. 

Nella cappella istessa, al lato destro, vedevasi V iscrizione sormontata 
dal leone rampante, stemma della famiglia : 

JACOBO COSIRICH DE RIMITIA 

DOMO DUCATUS SABINAE 

POSUIT XPHOR EJUS FILIUS 

MDXXX. D. P. MDII 

Giacomo era mercante ; aveva in moglie donna Margarita, morta li 8 

settembre 1519; il loro figlio Cristoforo s'incontra nel 1516 avvocato della 

Camera fiscale. 

Nella Ill.a cappella sulla prima tomba a sinistra : 
DELLA MADONNA 
DI CARMINI 



I 



71 



L'ultima a destra ha lo stemma, due rose in alto sopra un cavalletto 
ed una sotto, e, ad ambo i lati dello stemma, due bandiere e, sotto, due 
cannoni adagiati orizzontalmente con le bocche contrapposte volte all' esterno, 
pili giù due tamburi ed, uno per parte, un mucchio di dieci palle incendiarie. 
L'iscrizione è nel Fosco e nel Re d'Armi del Galvani, e di essa dice il 
Tommaseo, che, mentre „spira vivo affetto domestico, e precede di poco 
la morte della Repùbblica, attesta che, se Venezia non era più, e' erano 
Veneziani". 

D . O . M 

lOANNl MARIAE BEMBO 

QUADRAGENVIRO 

SIBENICENSIUM PRAETORI 

VIGILANTISSIMO 

MORUM SUAVITATE ANIMI CANDORE 

LIBERALITATE CONSPICUO CIVIUM BONO 

OMNIUM MOERORE IMMATURE SUBLATO 

QUINQUE PIENTISSIMIS FILIIS 

DUABUS INUPTIS 

MOESTISSIMA CONJUGE FRATRE 

VENETAE CLASSIS PRAEFECTO RELICTIS 

LEO MAJORNATU QUINQUENNIO TRIARCAS 

PATRI PRIDIE TUMULATO OPTIMO 

BENEFICENTISSIMO OFFICIORUM MEMOR 

POSUIT. VIXIT ANNOS LUI 

OBIIT XVIII APRILIS 

MDCCXCI 

Nella IV.a cappella, la tomba mediana recava : 

P. NICOLÒ 
CIPRIANCICH 
È assai probabile che sia di pre' Nicolò, figlio di Giacomo e di Mad- 
dalena, il quale addì 18 settembre 1569 fu investito del beneficio della cap- 
pella di S. Pietro in Duomo, era mansionario, e li 19 gennaio 1601 fece 
testamento. De' nobili Ciprianis o Cipriancich v' erano famiglie anche a 
Spalato e a Zara. 

Al Iato destro di questa tomba v' era quella dei 
FRATELLI COPPESSICH 

che aveva in capo lo stemma della famiglia, un leone rampante, e, senza 
stemma e con la scritta anzidetta vi è, procedendo innanzi, un' altra tomba 
sotto il coretto. Mancando l' anno nell' una e nell' altra iscrizione, è difficile 
arguire a quali generazioni appartenessero le due tombe. 



La seguente è sul monumento nella I.a cappella a destra dell' ingresso 
maggiore : 



72 



ANTONIO . JOSEPHO . FOSCO 

MUNICIPI . EIDEM . QUE . ANTISTITI . SEBENICENSI 

VIRO . INNOXIO . SOLLERTI . PIENTISSIMO 

EFFUSA . IN . PAUPERES . LARGITATE 

AD . EXEMPLUM , INSIGNI 

OB . EXIMIAM . PATRIAE . CARITATEM 

QUA . MAIORUM . RES . GESTAS . INLUSTRAVIT 

PRINCEPS . IN . HAC . URBE . TEMPLUM 

BASILICAE . ADSCITO . TITULO . ADAUXIT 

GRATA . OMNIUM . RECORDATIONE . IN . AEVUM . RECOLENDO 

A . D . VII! . KAL . APR . A . MDCCCXCIV 

AETATIS . LXVIII . A . SUSCEPTO . EPISCOPATU . XVIII 

SUBITA . MORTE . ABSUMPTO 

PARENTI . OPTIMO . DESIDERATISSIMO 

CIVES . POSUERE 



Aaec . solia . has . aedes . magno . percuisus . amore 

Dum . licuit . coluit . nunc . cinis . heic . superest . 
Quam . bene . quae . pridem . fuerat . sua . maxima . cura 
Olii . nunc . requies . nunc . decus . omne . manet . 
La salma dell'illustre defunto, solennemente traslata dal cimitero li 19 
aprile 1898, ha qui sepoltura, ed il monumento erettovi sopra fu benedetto 
li 20 novembre 1899. Dettò 1' epigrafe il eh. P. Ottavio Lagnacci d. C. d. G. 
Siami lecito aggiungere la mia versione : 

AD ANTONIO GIUSEPPE FOSCO 

CITTADINO E VESCOVO DI SEBENICO 

IRREPRENSIBILE SOLERTE PIISSIMO 

DI LARGHEZZA NE' POVERI 

ESEMPIO INSIGNE 

PER L' ESIMIA CARITÀ DI PATRIA 

ONDE LE GESTA ILLUSTRÒ DE' MAGGIORI 

E IL DUOMO DI QUESTA CITTÀ 

ACCREBBE DEL TITOLO CHE GL' IMPETRÒ DI BASILICA 

DEGNO NE CONSERVINO TUTTI GRATA RICORDANZA IN PERPETUO 

IL GIORNO XXV DI MARZO DELL'ANNO MDCCCXCIV 

LXVIIImo DELL' ETÀ SUA XVlIImo DEL SUO EPISCOPATO 

DA SUBITA MORTE RAPITO 

I CITTADINI 

AL PADRE OTTIMO DESIDERATISSIMO 

POSERO 



Con grande amor, sin che gli fu concesso, 
Onorò questa sede, questo tempio, 
E qui di Lui resta la polve adesso. 

Ben è che quel che massima sua cura 
Ebbe sì a lungo in vita, or siagli requie 
E siagli gloria somma, imperitura. 



73 



Proposto da Niccolo Tommaseo, che un' iscrizione in Duomo traman- 
dasse a' posteri il nome di Paolo Bioni, mons. Fosco lo pregò che volesse 
egli medesimo dettare una latina, conimemorante anche la storia del tempio 
e principalmente i restauri. Accettò ùi buon grado il Tommaseo e, compo- 
stala in italiano, la passò al P. Mauro Ricci delle Scuole Pie che la recasse 
in latino. Ecco il testo del nostro Grande : 

QUESTO TEMPIO 

EDIFICATO DAL NOSTRO COMUNE 

DOPO LA METÀ DEL SECOLO DECIMOQUINTO 

PER OPERA DI GIORGIO DALMATA ARCHITETTO E SCULTORE 

COLLA SPESA DI ZECCHINI VENETI OTTANTAMILA 

COMPIUTO IN CENCIQUANTA ANNI CIRCA 

PER SOLLECITUDINE DI PIÙ VESCOVI 

EBBE DOPO LA METÀ DEL SECOLO NOSTRO RISTAURI 

ASSEGNANDO A CIÒ POCO MENO DI DUGENTOMILA LIRE 

AUSTRIACHE IL GOVERNO 

DIETRO AI DISEGNI E ALLE ISTANZE PRINCIPALMENTE 

DEL CITTADINO DI SEBENICO 

PAOLO BIONI 

Ed ecco l'iscrizione del P. M. Ricci quale si legge a caratteri d'oro sul 

marmo collocato nel 1874 sopra la porta che dall' episcopio mette al coretto 

soprastante al presbitero : 

TEMPLUM A SICENSI MUNICIPIO 

AN. CHR. MCCCCXL 

MAGISTERIO GEORGII DALMATyE STATUARII ARCHIT. 

INCEPTUM 

PER CENTUM ET P. M. ANNOS QUINQUAGINTA 

HUJUS DICECESIS EPISCOPORUM STUDIO 

IMPENDIO AUREORUM VENET. OCTOGINTA MILL. ABSOLUTUM 

AN. CHR. MDCCCL 

QUOD FUERAT IN VOTIS PAULI BIONII SICENS. ARCHIT. 

AD EJUS EXEMPLAR INSTAURATUM EST 

DUCENTIS FERE MILL. ARGENTEORUM AUSTRIAC. 

E PUBLICO AERARIO COLLATIS 

Queste due iscrizioni sono negli opuscoli di mons. Fosco poc' anzi 

citati, né v' è da soggiungere altro. E non di meno mi parve opportuno qui 

riferirle per concludere la presente appendice con que' nomi venerati e con 

sì cara memoria. 



61202» 



ERRATA 



CORRIGE 



Pag. 7 linea 29 si porge 

„ 8 „ 2 247 

„ 8 „ 38 compariva 

„ 12 nota 1) linea 5 marzo 1441 
„12 „ -) „ 6 anch'essa più 

che meccanico 
„ 27 linea 17 bisavo 

„ 44 nota ^) linea 1 iscrizione al 

Duomo 
„ 48 linea 42 intuzione 

„ 50 „ 10 le gara 

„ 69 „ 29 cognominarsi 



CI porge 
264 

e compariva 
maggio 1441 

anch'essa pregio pili che 
meccanico 
bisava 

iscrizione al Duodo 

intenzione 

la gara 

e cognominarsi 



"»^^-- 



DR 16^5 .S55 M5 IMS 
Miagostovich. Vincenzo, 
nobili e il clero di 
evenico nes 1449 per la fab 



i 



ifxjntìfjcal: insti tute 
oe mediaeval studies 

59 QUEEN'S PA??K 

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